Capitolo 17 – Segui la lettura….

 
L'aria di dicembre era frizzante e Sara si era stretta nel cappotto per scaldarsi. Attraversò la strada per inoltrarsi nel viale alberato che costeggiava la città. Lo scricchiolio dei suoi passi sul selciato echeggiava nella solitudine delle fronde degli alberi, mosse da una leggera brezza. Il suo freddo respiro le mordeva la faccia.
Ai due lati del viale correvano silenziosi, un filare di pini slanciati, dal solido tronco, addobbati da pigne e profumi di resina. Le sottili punte, scosse dal vento, sembravano inchinarsi al suo passare, come riverenti servitori al passaggio del re. Sara rispose con un cenno del capo al saluto, sorridendo in cuor suo per l'infantile scenetta.
A mano, a mano che si addentrava nel verde dei pini, davanti agli occhi di Sara presero vita immagini dolci di bimbi giocosi ed urlanti. Sguardi d’innamorati e sussurri d'amore volavano nel vento. Vide due anziani signori sospirare la giovinezza tra le pieghe della loro memoria e una giovane mamma dondolare con amore la carrozzina dove riposava il suo bambino.
  Scherzi della vista, echi di buoni ricordi, deboli visioni di ciò che Sara non aveva mai vissuto.
In breve si trovò dall'altro capo del lungo viale alberato, in fondo al quale si ergeva sovrana l'elegante costruzione bianca della clinica. Avvicinandosi ad essa, Sara ebbe l’impressione che avessero costruito un altro livello, oltre ai quattro già esistenti o che lei stessa si fosse rimpicciolita, tanto le sembrava imponente.
Timidamente alzò lo sguardo. Lo indirizzò sicura verso un terrazzino al terzo piano. Dietro a delle ordinate colonne in stile neoclassico, scorse una minuta figura femminile che sembrava aspettarla.
Il suo cuore riconobbe, ancor prima dei suoi offuscati occhi, quell'esile creatura. Due lacrime furtive le bagnarono il viso truccato con uno spesso strato di fondotinta. Scivolando sulle guance, avevano creato due evidenti strisce scolorite, dipingendo il volto di Sara come un triste clown. Prima di entrare rovistò nella borsa alla ricerca del suo specchietto. Diede un’occhiata veloce per ricomporre il trucco, cancellando con un gesto i sintomi della sua debolezza.
La porta della camera era semiaperta e Sara entrò con incertezza, bussando piano per non disturbare.
"Mamma? E’ permesso? Posso entrare?…sono Sara". farfugliò imbarazzata.
Abbagliata dalla luce nella stanza, Sara vide scostare le tende della portafinestra ed emergere una piccola donna accartocciata come una foglia secca, dentro ad una vestaglia rosa troppo grande per lei. I capelli bianchi erano tenuti raccolti da un grazioso fermaglio di tartaruga. Mentre le si avvicinava, Sara riconobbe i lineamenti, seppur marcati da una fitta ragnatela di rughe. Le labbra, ormai  ridotte ad una cucitura sottile, si allargarono in un delicato, invitante sorriso e gli occhi umidi, rimpiccioliti dalle pesanti palpebre rugose, si illuminarono nel riconoscere la figlia.
      "Sara, mia piccola Sara" disse tremante, allargando le nodose braccia ossute.
La madre abbracciò a lungo Sara. Appoggiò il suo canuto capo sopra al suo petto, soffocando i singhiozzi in un pianto liberatore.
Mai ramo secco fu più desiderato. Sara vide sua madre così piccola e fragile che pareva spezzarsi da un momento all’altro. Matilde affondò nel morbido corpo della figlia, tastandola come per verificare che fosse proprio lei, la sua bambina. Sara le lisciò i capelli e le asciugò le lacrime, invitandola a sedersi. Strinse quelle mani dalle dita distorte dagli anni nelle sue e si sedette vicino a lei.
 Le due donne rimasero così per alcuni minuti, finché non sentirono il proprio respiro tornare alla normalità. Sara tentò di soffocare l'emozione, cercando frasi convenevoli che iniziassero l'approccio.
Non era facile colmare il vuoto di tanti anni e qualunque parola le sembrava sciocca ed inutile. Fu sua madre stessa a sorprenderla, sciogliendo quell’evidente imbarazzo. La donna guardò fissa negli occhi la figlia, per essere certa che non perdesse neppure una sillaba di quello che le stava per dire e con voce trascinata esordì
"Sara, piccola mia, ascoltami. Devo dirti una cosa importante. Ho trascorso trent'anni della mia vita chiusa in questa stanza, perseguitata dai miei ricordi, abbandonata dai miei figli come uno scomodo fardello dal quale disfarsi. Incattivita dall'egoismo, ho trovato solo nell'alcool uno sfogo ai miei rimorsi”.
Fece una pausa, abbassando gli occhi, provando vergogna per se stessa e riprese. Sara la guardava in silenzio, non sapendo a cosa pensare.
"Costretta a riflettere, a fare i conti con me stessa, ho pensato e ripensato ai tanti, troppi errori che ho commesso nei vostri confronti, ma soprattutto nei tuoi riguardi e non credere che l'abbia fatto per cattiveria, direi piuttosto per paura, per ignoranza o per semplice egoismo."
Qui il tono della sua voce si fece più pacato e dimesso, come per dare ancora più peso alle sue parole e continuò
"Ora sono vecchia e stanca di combattere con i fantasmi del mio passato”. fece una pausa per riprendere fiato e proseguì
“Sono malata Sara, il tumore ai polmoni mi ha consumata. Non mi resta ormai molto da vivere e i giorni o i mesi che Dio vorrà regalarmi non li voglio più gettare al vento. Ho dentro al mio cuore un pesante dolore, un'oppressione che mi tormenta più di quello che accompagna il mio respiro."
Sara vide sua madre cambiare espressione nel volto, mentre ascoltava il fiume di parole che a stento uscivano da quella stretta fessura. Sentì le gelide mani della vecchia stringersi ancor più alle sue, come se così facendo, trovasse coraggio per poter proseguire. Sara accolse la stretta e annuendo con un cenno del capo, la incoraggiò
"Continua mamma, cosa ti addolora?  Perché non mi hai avvertito della tua malattia, ti sarei stata vicina!" si sforzò a dire.
 Non era una vero. Probabilmente Sara non avrebbe avvertito alcun briciolo di coscienza nei confronti di sua madre se l’avesse avvertita solo poco tempo prima. Sapeva di aver detto il falso, ma in quel momento e davanti a tanta fragilità aveva ritenuto che fosse meglio fingere di essere sempre la Sara che sua madre conosceva, ubbidiente e sottomessa.
       Su quelle gote rugose si disegnò tremolante un abbozzo di sorriso e i suoi stanchi occhi incrociarono quelli di Sara, riconoscenti per la bugia che aveva detto.
Vedendola così impaurita, Sara s’intenerì. Per un attimo dimenticò il passato, vivendo solo il presente, godendo di tutte quelle emozioni che le arrivavano diritte al cuore. E pur provando una curiosità morbosa di conoscere quello che sua madre voleva dirle, Sara provò pena per lei e per il suo stato di salute. Cercò quindi di fare qualcosa per sollevarla da quello stato d’ansia, nel quale si stava inabissando.
Sara ebbe un’idea per interrompere quella tensione. Sua madre faceva fatica a respirare e voleva darle modo di riprendersi prima di continuare.
 Avrebbe avuto tutto il tempo per raccontarle quello che voleva dirle. Ora era con lei e non l’avrebbe più lasciata.
 Sara sciolse le sue mani da quel groviglio con quelle di Matilde. Alzandosi provò un giramento alla testa, ma non se ne curò e prese la borsa. Frugandovi dentro, estrasse la foto che aveva portato da far vedere alla mamma.
 Illuminandosi con un sorriso, Sara gliela mostrò, sperando di distrarla. Il suono di quel respiro affannoso la stava preoccupando.
"Guarda mamma, ricordi quel giorno? Era il mio compleanno, eravamo al mulino…vedi c'eravamo tutti, tutti insieme!"
Lentamente la mamma inforcò gli occhiali e tenendo il portaritratti tra le mani, lo fissò a lungo. Sara si accorse di una lacrima scendere con impeto e disfarsi sul vetro della fotografia.
 Come la pioggia d'autunno cade, dapprima timida e poi con fragore, così sua madre pianse senza pudore, abbandonando quei segreti ricordi sul grembo e tenendosi il viso coperto con le mani.
"Mamma, ti prego, non fare così, non volevo farti piangere! Cosa ti succede?"
"Zitta, zitta, Sara…Sarina bella, non puoi capire!" singhiozzò
      "Cosa, che cosa non posso capire, cosa devo sapere?"
Le spalle ricurve dell’anziana donna sobbalzavano ritmicamente e lo strazio del suo pianto le perforò le orecchie. Sara non riusciva ad immaginare cosa le procurava tanto dolore, ma rimase colpita quando la chiamò Sarina.
Era tanto tempo che non sentiva pronunciare il suo nomignolo. Così la chiamava nonna Dora quando Sara era piccola.
"Sara, Sarina bella, vieni a mangiare, è pronto!"
Un triste calore, le invase lo stomaco. Sara guardò meglio sua madre, asciugandole il viso. Come le assomigliava,  pensò dentro di sé. Le sfuggì una carezza, certa di averla data alla nonna.
Sara aiutò la mamma a riprendersi, le diede da bere dell’acqua ed aspettò che si calmasse. L’anziana donna trangugiò il liquido, afferrando il bicchiere con le mani tremanti. Fece un lungo respiro, come per trovare coraggio e scagliò, con le poche forze rimaste, la foto contro il pavimento.
"Mamma, che fai?" urlò Sara.
La donna impedì alla figlia di alzarsi per raccogliere i vetri. La costrinse a sedersi e con voce roca riprese da dove si era interrotta.
"Bambina mia, troppe cose sono successe per poterle spiegare tutte in una volta. La foto che mi hai portato mi ha risvegliato tutta la frustrazione e la rabbia dalla quale è iniziato il tuo calvario."
 Sara non riusciva a capire nulla. La sua vita era stata sì un calvario e gran parte credeva fosse per colpa di sua madre, ma cosa c'entrava la foto?
"Quella mattina eri radiosa" continuò "non ti avevo mai vista così bella e felice. Indossavi un abitino a fiori rosa, leggermente scollato, con le manichine corte a sbuffo che esaltava il colore ambrato della tua pelle. Lo avevo comprato in occasione del tuo compleanno, stavi diventando una ragazzina ed era giusto che indossassi qualcosa che valorizzasse la tua acerba femminilità."
Mentre Matilde descriveva il vestito, Sara ricordò con un sorriso di quanto le piaceva e di come si pavoneggiava di fronte allo specchio di camera sua. Si ammirava, girandosi e rigirandosi, come in una solitaria danza.
"Le tue gambe tornite, saltellavano nel prato come caprette festose, lasciando intravedere, ad ogni balzo, innocenti mutandine bianche, bordate di pizzo San Gallo. Gli occhi tuo padre erano fissi su di te, senza perdere ogni tua smaliziata movenza. Io ero impegnata a badare alle tue sorelle, ma mi ero accorta di quello sguardo e ne ero gelosa."
Proseguì, portandosi nuovamente le mani a coprirsi il viso, vergognandosi per ciò che aveva provato.
"Sciocca, stupida che sono stata, accecata dal sentimento più abietto di una madre nei confronti della figlia, invidiosa per quel corpo snello, dai seni acerbi, non mi sono resa conto del pericolo che correvi. Oddio, scusami Sarina, perdonami …non credevo fosse capace di tanto …non potevo immaginare che animale si nascondesse in lui!"
 Singhiozzò nuovamente e incominciò a tossire, senza quasi riprendere fiato. Poi si piegò su sé stessa, come se fosse stata trafitta da una lama.
"Mamma, ti prego mamma…..respira mamma….mio Dio, vado a chiamare qualcuno!"
Sara urlò disperata vedendo sua madre diventare cianotica.
"Infermiera, aiuto…vi prego…che qualcuno mi aiuti!"

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Grazie a tutti coloro che, mossi a pietà, lasceranno un messaggio! Un baciolones a tutti! Pat

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