Padre Emilio Ratti

PADRE EMILIO RATTI

 

 

 

Non li dimostra affatto padre Emilio Ratti i suoi quasi settant’anni: vitale come un ragazzo divide la sua vita tra il convento dei francescani di Genova e il Congo, correndo da un luogo all’altro lasciando intravedere i jeans sotto il saio.

Padre Ratti è un frate francescano molto particolare, e non solo. Ha due lauree: una in medicina, l’altra in biologia. Guarisce con la riflessologia e con le erbe. Nell’ospedale che ha costruito in Africa nel 1995 fa anche l’ostetrico ed è il più importante irridologo italiano e uno dei maggiori in Europa.

Padre Emilio Ratti vive di corsa più vite messe insieme sfruttando, e a volte rischiando, la propria vita per salvare quella altrui. Durante i sei mesi in cui vive a Genova osserva le iridi dei suoi pazienti, diagnostica le eventuali predisposizioni alle malattie curandole con piante ed erbe confezionate in una farmacia che prepara i medicinali sotto un marchio che ricorda il suo nome. E’ una passione questa scoperta molti anni fa grazie ad un amico che, mentre padre Emilio era in Germania dove praticava la riflessologia plantare, gli disse di un corso di irridologia. Padre Ratti si iscrisse e continuò a massaggiare i piedi per pagarsi il corso. Fin da subito si entusiasmò. Osservare con l’iridoscopio gli occhi dei pazienti era come per un bambino entrare in una stanza piena di giocattoli, tanti erano i messaggi che riusciva ad interpretare.

All’eopoca impiegava due ore, oggi gli è sufficiente un’occhiata. Padre Emilio tiene a precisare che non incassa nulla: il ricavato delle visite e quello della vendita dei farmaci vanno per intero in Africa, dove vive per gli altri sei mesi dell’anno.

Quando nel 1991, a cinquantadue anni, prese la seconda laurea in medicina, morirono contemporaneamente sua madre e suo fratello e, non avendo più alcun legame con l’Italia, decise di andare a fare il medico nel Burundi. All’epoca gli dissero che se avesse voluto lavorare, si sarebbe dovuto specializzare in ostetricia. Si esercitò allora a dare i punti cucendo una coperta e, dopo quattro cesarei da assistente, si ritrovò a fare un cesareo da primario. Oggi è un intervento di routine.

Aiutato da volontari laici e suore missionarie, ha creato a Luhwinjia un ospedale, un acquedotto approsimativo, così come una centrale elettrica costituita da un generatore di corrente e pannelli solari.

Non si arrende e non si ferma mai padre Emilio, supportato da una tempra da rinoceronte, una forza da leone e la velocità di un ghepardo. Moltiplica ogni minuto della sua vita per renderlo al massimo, concentrando tutta la sua energia per aiutare i suoi bambini. L’ultimo suo obiettivo è dedicato porpiro a loro, vittime innocenti della guerra civile in Ruanda. A causa delle mine posizionate dai militari nei pressi delle fontane, molte donne e bambini hanno perso le gambe e sono costretti, oltre alla grave carenza di cibo, acqua e igiene, a trascinare i loro corpi aiutandosi con stampelle di legno e legando i moncherini a rudimentali e pesanti arti in legno e metallo. Vivere, o meglio sopravvivere, in quelle condizioni è sommare la tragedia alla tragedia. Bambini di ogni età hanno la vita spezzata dal dolore e dalla fatica di resistere ogni giorno alla disperazione che si legge nei loro sguardi.

In un mondo dove la metà del nord vive con una tale abbondanza di cibo da permettersi d’essere perennemente a dieta e butta nella spazzatura circa 600 E all’anno per famiglia, ce n’è un’altra parte che muore di fame e malattia. E mentre le ricchezze dell’Africa come il greggio e il petrolio, materiale occorrente per la nostra benzina ecologica, o la tantolite, che serve per per i nostri telefonini, estratta con le unghie dai ragazzini africani pagati 80 centesimi al giorno, sostentano il nostro benessere, i suoi figli muoiono di fame. E se ai nostri promettiamo motorini e macchine per spostarsi di cento metri, ai bambini africani è sufficiente un pezzo di legno.

Laggiù, in quella terra in cui la natura regala i tramonti più straordinari al mondo, quadri imprendibili da occhi che non riescono ad apprezzare, ogni giorno si lotta per sopravvivere al seguente. Le donne, anch’esse vittime di atti barbarici, violenze e stupri da parte dei militari, abbracciano innocenti scheletri con ancora addosso un soffio di vita che permette loro solo di versare lacrime di sofferenza, senza avere colpa. Nessuno di loro ha alcun diritto, non hanno nulla, neppure il diritto a sorridere. Sono rimasti solo i loro sguardi. Non hanno bisogno di parlare. Non riescono più a farlo. Il dolore che vivono ogni giorno ha annullato la loro voce, prosciugato le parole, ma non il loro pianto. Se si potessero riunire le lacrime di questo popolo sofferente e piagato dalla carestia, dalle malattie, dalla guerra civile e dalla violenza si potrebbe colmare un lago immenso.

Ogni anno muoiono sette milioni di bambini e nonostante tutto lo smarrimento e l’impotenza che si leggono nei loro occhi non smuovono più il nostro cuore, abituato a vedere immagini di violenza sui giornali, tanto da non fare più caso alla disperazione in cui vive l’altra metà del mondo.

Padre Emilio, un francescano, un padre missionario, ma soprattutto un uomo dalla tempra dura come la roccia e con l’ostinazione della sua fede ha dedicato tutta la sua travolgente energia e la sua immensa umanità per portare sogni, speranze e specialmente realtà ad un popolo privato di tutto, anche del diritto di definire vita la propria precaria condizione d’essere.

Il progetto cui si sta dedicando padre Emilio ha l’obiettivo di sostituire i rudimentali e pesanti arti di legno con protesi artificiali prodotte con materiali leggeri come resine e metalli altamente tecnologici, permettendo di alleggerire il peso degli arti da sette a un chilogrammo, favorendo una migliore facilità di movimenti.

La parte specialistica dello studio e organizzativa dei laboratori è stata curata e seguita dall’associazione “Time for peace” di Genova, il lato economico di tutti gli amici e benefattori dell’associazione “Insieme al terzo mondo”. Lo scopo del progetto è quello di rendere possibile a tutti i mutilati di avere protesi su stile europeo.

Dopo aver realizzato ogni cosa potesse rendere più umana la vita dei suoi fratelli più poveri: dalle case più solide per riparare la popolazione dalle piogge torrenziali, un ospedale con tanto di sala operatoria, realizzata con letti e attrezzature dismesse grazie alla nuova messa a norma delle strutture ospedaliere italiane, una scuola e una mensa dove accogliere, insegnare e sfamare i bambini ogni giorno prima che i loro stessi padri possano portare via loro il cibo, così come la natura selvaggia insegna, un esiccatoio, necessario per contrastare l’alto tasso di umidità, un rudimentale acquedotto e un’approsimativa, ma funzionante centrale elettrica, oggi padre Emilio si dedica ad un’ennesima sfida umana.

Come un moderno mastro Geppetto costruisce, tornisce, leviga e armonizza gambe per trasformare i suoi “burattini” in bambini e regalare loro un sorriso. Lavora sodo padre Emilio per la realizzazione di un sogno che possa, anche solo di un poco, alleviare le sofferenze di questi suoi figli sfortunati e lo sguardo incredulo delle donne e dei bambini di fronte a tanta leggerezza al momento dell’innesto del nuovo arto visualizza un sorriso di gratitudine che appaga il cuore molto più di un qualsiasi bene materiale.

La fabbrica dei sogni è oggi una realtà che va progredendo e aumentando ogni giorno di più grazie alla costante presenza di questo piccolo, grande padre che ha saputo trasformare la sua fantasia in tangibile realtà di sopravvivenza più umana, regalando sogni e speranze in un mondo colpito da incubi e dolore, portando un sorriso a tutti i suoi figli che non hanno mai chiesto nulla se non una carezza e un pezzo di pane.

Padre Emilio è tutto questo, e molto di più.

 

 Patrizia Targani Iachino – articolo pubblicato sul bollettino del Rotary

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