Bella da morire – romanzo in itinere

C’era un tempo in cui scrivevo. Scrivevo molto. Mi svegliavo di notte all’improvviso per scrivere, tanto era impellente il bisogno di farlo. Mi divertivo a dire: “Mi scappa da scrivere”, e correvo a rifugiarmi nelle parole, nelle storie, nei tormenti più oscuri, ma pure liberatori dell’anima che solo scrivendo sono riuscita a guardare in faccia. Un confronto, una sfida, un voler analizzare ciò che la vita è nella sua più cruda realtà. Storie rubate alla vita stessa che altro non è che verità travestita da fantasia. Chi può dire dove inizia l’una e finisce l’altra? La bellezza della scrittura è proprio in questa risposta. Solo l’autore sa dove se stesso entra ed esce dai personaggi, condisce il romanzo con fatti ed esperienze realmente vissute con altre rubate alla vita altrui. Il divertimento non è solo nella stesura del romanzo e giungere alla parola “fine”. Quella, in verità, è un’enorme fatica. Non basta scrivere. Bisogna saperlo fare. Occorre che la storia abbia un senso logico, sia accattivante, scritto in un italiano corretto (non datelo per scontato, molto spesso non lo è affatto), abbia un contenuto di interesse pubblico e sia quindi un prodotto commerciabile. Se non ci sono almeno questi requisiti è inutile pensare di proporre il proprio lavoro a una casa editrice seria. Sapendo le difficoltà per un esordiente ad essere anche solo semplicemente letto da un agente letterario ed essendo troppo poco competitiva per voler emergere a tutti i costi, ho abbandonato da un bel po’ il mondo della scrittura, almeno quell’ambizione di essere pubblicata, continuando a scrivere solo per mio piacere. E qui inizia il mio vero divertimento di cui accennavo prima: cosa penseranno i lettori dopo aver letto il mio romanzo?Chi mi conosce personalmente penserà di trovare molto, se non tutto di me in ogni capitolo, commentando fra sé e sé su quanto ho fatto vivere al mio personaggio.”E’ lei, non è lei?..” Sorrido e lascio che gli altri pensino ciò che vogliono. Contraddirli mi rovinerebbe il divertimento.

Nel romanzo inedito precedente a questo, dal titolo “L’ultimo Tuareg”, ho fatto percorrere alla protagonista un viaggio in Marocco, descrivendo ogni particolare. Dopo aver fatto leggere il tomo a un impavido amico, mi sono sentita dire, oltre ai complimenti, che si capiva perfettamente che avevo fatto lo stesso viaggio,avendolo percorso lui stesso. Ne era talmente convinto che non ho osato contraddirlo. In realtà sono stata sì in Marocco, ma avevo credo quattordici anni e ben poco mi ricordo di quanto ho visitato allora. L’intero itinerario e le descrizioni dettagliate erano frutto di una mia ricerca, aiutata da Mister Google e dalle immagini del percorso. Ecco, l’ho detto. Non l’ho fatto davanti a lui, ma dentro di me ho riso molto. Penso che questo sia il miglior complimento ricevuto da un accanito lettore.

Tutta questa lunga pappardella è per far capire che, almeno per me, scrivere è vivere altre vite, esattamente come gli attori quando recitano in teatro. L’handicap è che per tessere parole e partorire un buon risultato, occorre molto tempo. Prima non ne avevo. Ora forse sì, e quindi ricomincio o riprendo da dove avevo interrotto.

Dubito che qualcuno abbia l’ardire di continuare nella lettura, lo so, sono un filo prolissa, ma questa sono io. E questo è il nuovo “viaggio”, un’altra delle mie “vite”.

Grazie a tutti per la pazienza! Pat

BELLA DA MORIRE

di

PATRIZIA TARGANI IACHINO

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La verità assoluta è che “l’Io” è perfetto e completo; il vero “Io” è spirituale e quindi non può mai essere meno che perfetto; non può mai soffrire di mancanze, limitazioni o malattie.”

Charles Haanel (1866-1949)

PROLOGO

Sparire, vorrei sparire nel nulla. Specchiarmi in un lago e non vedermi riflessa. Inghiottita nei cerchi di una pietra scagliata contro una distesa d’acqua che si tocca, ma nessuno prende. Immersa nel bagliore di un arcobaleno inesistente e trasparente come me.

Non sono perfetta, non ancora. Vedo riflessa la mia immagine nello specchio. Osservo questa pelle che straripa dal mio corpo, come un fiume dagli argini.

Vorrei essere bella ma non ci riesco. Vorrei essere amata ma nessuno mi vuole bene. Bene: che strana parola. Quanti significati diversi le si possono dare, e ognuno ha il proprio.

“Non sta bene!” mi diceva mia madre, insegnandomi le regole della vita.

“Non sta bene”, rispondeva a chi le domandava come mi sentissi.

“Mi vuoi bene?” mi chiedeva quando ero piccola.

“E tu, me ne vuoi?” le rimandavo senza risponderle.

Mi guardo e non mi vedo. Mi ascolto, ma non mi sento. Vuoto, solo il vuoto dentro di me. Precipizio del nulla, abisso del niente. Sospesa nell’ibrido spazio, tento un appiglio, ma il vuoto mi afferra la mano, sbattendomela sul viso. Reagisci, muoviti, svegliati, mi urla ma ho i sensi intorpiditi, legati dall’incomprensibile, dall’inaccettabile. E allora mi lascio cullare da questo vuoto, mio solo compagno, mio solo amico. Mi consola quel niente che non dà, ma che neppure prende.

Troppo ho dato, rubando in cambio tutta me stessa. Ho il cuore liquefatto, non ho più niente. Solo il vuoto riempie la mia solitudine. Fantasma del mio passato, fluttuo in un mondo che non mi appartiene, guardo chi non merita il mio amore, bacio chi mi ha disprezzato al punto di annullarmi.

E allora non soffro. Non più.

Allibita osservo il mondo scorrere. Ciò che ho amato e protetto mi oltrepassa e se ne va incurante della devastazione che ha lasciato dietro di sé. Mi guardo allo specchio: sono certa, mi ritroverò, ma quel nero riflesso mi trascina nel vuoto per lasciarmi lì, sola ad affogare tra le mie lacrime, a sporcarmi con il suo male, in quel silenzio che rimbomba come un tuono. Non me ne sono accorta, non volevo accorgermene, e ora non so più cosa fare.

Gambe di piombo, cuore sbriciolato, la testa pulsa ma non pensa, non le conviene, potrebbe sgretolarsi, impazzire e vagare come un barbone alla ricerca di una pietà che nessuno vuole offrire.

Meteora di un mondo che non conosco, sarò costretta a vivere, o a sopravvivere, aspettando che il tempo mi permetta di dimenticare: regalo illusorio che nutre quel poco di me che ancora resiste.

CAPITOLO 1

“Vuoi smetterla d’infilarti sempre dappertutto?”

Era la voce di Giulia e il tono era quello sgradevole di sempre che usava solo con sua sorella minore. I sette anni che le dividevano sembravano darle un potere assoluto, per quanto incomprensibile ad Anna.

“Va bene, va bene, non capisco perché mi devi trattare in questo modo”, le aveva risposto sbuffando, pur sapendo che, per quanto si fosse dimostrata gentile nei confronti di Giulia, sarebbe stata puntualmente cacciata via come una pulce fastidiosa.

Non perdeva mai l’occasione di farle notare che era solo una bambinetta col corpo di un’adulta. Una delle tante colpe di cui Anna si sentiva accusare sempre più spesso. Prima fra tutte, l’avere sedici anni e dimostrarne venti. Era forse una colpa? No. Non per Anna. Ma quel vestito tanto vistoso, cucitole addosso in uno spazio tanto breve, le aveva creato una forma di disagio che non sapeva come gestire. Da bambina che era, in un paio d’anni si era ritrovata come le Barbie con le quali giocava fino a poco tempo prima, raccogliendo un’incomprensibile ostilità e tanta solitudine, come un mazzo di fiori essiccati dal vento. Nessuno poteva immaginare come potesse sentirsi Anna: un’adolescente in un corpo già adulto, armoniosamente bello. Troppo ingombrante per una ragazzina. Troppo appariscente anche per le sue amiche che, per invidia o gelosia, l’avevano rapidamente isolata dal gruppo. A un’età dove la maggioranza delle ragazze sono ricoperte di brufoli e il corpo è ancora un triste abbozzo informe, l’essere già una farfalla era stato per Anna come ricevere un pugno allo stomaco. Ma come poteva sottrarsi alla sua bellezza? L’unico rimedio fu il nascondersi, rifugiandosi tra le pieghe della sua casa, tra gli odori confortanti della sua camera, sognando ad occhi aperti nel silenzio dei suoi pensieri.

Nonostante fosse stata una ragazzina estroversa, di fatto, Anna era molto sola. Frequentava con profitto il quinto ginnasio al Doria, e quelle che avrebbero dovuto essere le sue amiche erano soltanto semplici compagne di scuola. Per ragioni che allora non riusciva a spiegarsi, dopo qualche fugace chiacchierata scolastica, era sempre lasciata in disparte.

Durante le medie, Anna era stata invitata a una sola festa di compleanno. Era bastato il successo ricevuto dagli sguardi ammirati e un po’ provoloni dei ragazzini, neo-fidanzatini delle sue neo-amiche, per averla segnata ingiustamente come una “ruba-ragazzi”. Fu sufficiente. E di colpo si ritrovò emarginata da un rapido, quanto perfido passaparola assolutamente privo di verità.

Era bella, Anna. E brava. La migliore a scuola. Piaceva alle madri delle sue compagne e piaceva alle insegnanti che non esitavano a prenderla a modello, creando un motivo in più per renderla antipatica.

“Ragazze, smettetela di litigare!” aveva esordito sua madre, tentando ogni volta di ripristinare la tregua tra figlie.

Dalila era una donna ancora giovane ma sola, come sua figlia. Bella come lei. Di una bellezza alla quale non era stato possibile fuggire, ma che non le era servita a trattenere chi aveva amato. Separata da diversi anni, Dalila aveva fatto della sua bellezza un’arma contro il vuoto. Anna non ricordava di averla mai vista versare una lacrima, né con il trucco sfatto. Ai suoi occhi era perfetta in ogni momento della giornata. Adorava quel suo taglio di capelli biondo cenere sempre alla moda, illuminato da piccole meches dorate. Il ciuffo, poi, che le ricadeva spesso sul lato destro del viso, coprendole il castano ramato degli occhi, le dava un’aria sbarazzina. Il fisico asciutto e slanciato completavano l’immagine della perfezione alla quale si ispirava Anna.

Era un piacere per lei osservare la madre la mattina quando si truccava. Seduta su uno sgabello posto nell’angolo del bagno, s’incantava a seguire i movimenti rapidi e precisi. Erano sufficienti una riga d’eleyner nero e un tocco d’ombretto verde prato sulle palpebre per renderle brillanti gli occhi e farli sembrare chiari quanto i suoi. La invidiava molto ma, forse, con qualche difetto le sarebbe sembrata più umana. La sua perfezione l’attraeva e al contempo la impauriva, ma Anna sapeva che quella era la forza di sua madre, e che un giorno sarebbe stata anche la sua.

“E’ colpa sua, è lei che non mi vuole”, aveva tentato Anna di giustificarsi, “da quando ha formato la sua band mi sbatte sempre la porta in faccia. Non è giusto, potessi almeno avere un cucciolo, invece niente. Sono sola come un cane!”, aveva protestato con il tono di voce più pietoso possibile.

“Ne abbiamo già parlato mille volte, Anna: niente cani in casa, danno un sacco di problemi e poi me ne dovrei occupare io”, aveva risposto sua madre sbuffando.

“Non è vero, sai che non sarebbe così!”, aveva cercato ancora d’insistere, convinta che la presenza di un animale l’avrebbe fatta sentire meno sola.

Quando il tempo lo permetteva, dall’attico in cui abitava nel cuore di Genova, Anna si sedeva sul dondolo in terrazza, allungava lo sguardo fino a sfiorare il mare come un gabbiano, estraniandosi dal mondo reale. Di fronte a lei si apriva un ventaglio naturale che comprendeva il Fasce, il promontorio di Portofino fino alla Foce. Amava quel panorama, trovando spesso l’ispirazione per scrivere e studiare: le due sole compagne delle sue lunghe giornate di quel periodo. Il resto della casa era come una conchiglia vuota. La sorella, prima di mettersi in testa di diventare famosa, lavorava come speaker in una radio locale, mentre sua madre svolgeva il ruolo di segretaria in un’azienda di mobili a Serraricò. Data la distanza non rientrava mai per pranzo e quando Anna tornava da scuola doveva arrangiarsi da sola, e tale fino a sera.

Avere un cane da accudire sarebbe stato perfetto.

Li aveva sempre amati, a prescindere dalla razza o dalla taglia. Fin da piccola Anna aveva desiderato talmente un cane, tanto da volerne assumere persino le sembianze. All’età di dieci, dodici anni, pettinava i capelli dividendoli in due grosse code ai lati del capo, così da somigliare a un cocker, ultimando le frasi con lunghi latrati, imitati alla perfezione e senza neppure tanta fatica. Più che altro era un mezzo per impietosire la mamma e tentare di convincerla a prendere un cane ma, nonostante le modulazioni variopinte e compassionevoli dei suoi latrati, Anna non era riuscita ad ottenere altro che un sorriso divertito o una fetta di salame presa al volo.

Imitare a perfezione i comportamenti delle più disparate razze canina era diventato per Anna un chiodo fisso. Non era raro trovarla camminare carponi lungo il corridoio e “scodinzolare” incrociando la mamma o Giulia, che ormai parevano indifferenti alle sue stranezze. Quando poi una di loro, intenerita dalla sua posizione di “cucciola” le allungava una carezza sul capo, iniziava a uggiolare felice, cercando di dimostrare la sua riconoscenza agitando il fondoschiena proprio come avesse una coda.

Abituate a questo gioco, nessuno faceva più caso a quella bambina con i codini che digrignava i denti di fronte a una bistecca al sangue.

La sera, poi, soprattutto durante la stagione estiva, quando la luna illuminava con la sua luce fredda il mare e i suoi raggi accarezzavano colline e i tetti delle case, Anna aveva l’abitudine di lasciarsi bagnare da quel suo romantico bagliore e d’innalzarle il suo ululato della buonanotte, stimolando la risposta d’ogni cane nei paraggi. Nel giro di poco, si alzava al cielo una serie d’abbaiate vere e finte che balzavano da un balcone all’altro, coinvolgendo nel coro qualunque tipo di quattro zampe del quartiere. Dopo mezz’ora di ululate, ogni padrone, stanco da tanta “cagnara”, richiamava il proprio botolo in casa, trascinandolo per il collare, mentre ancora fuoriusciva un’ultima strozzata abbaiata come a dire: “Ne riparliamo domani, se solo riesco a capire chi sei!”

Così faceva anche Dalila, tirando per un braccio la figlia, intimandole di smetterla, mentre Anna rispondeva ancora ai suoi rivali: “ Prova a capire chi sono, marameo!”. Nonostante queste scene compassionevoli al limite della normalità, sua madre era sempre stata irremovibile: “Niente cani in casa, ci sei già tu”.

Compiuti i sedici anni, Anna aveva già smesso da un pezzo d’abbaiare e si era anche rassegnata a non possedere un cane tutto suo, ma non a cercare affetto. Fu in quel periodo che spostò il suo interesse verso sua sorella, ritenendosi grande abbastanza da frequentare i suoi amici, ma Giulia non era affatto d’accordo e le liti erano all’ordine del giorno.

“Adesso basta, Anna. La vuoi smettere di rompere le palle? Non hai nient’altro da fare che venire a respirare l’aria della mia camera?”, le aveva ripetuto Giulia come un mantra.

“Ma che fastidio ti do? Non so cosa fare. Qui non c’è mai niente da fare!”, le aveva risposto Anna, tentando d’impietosirla.

“Va’ a studiare, telefona a qualche amica, esci e conta le piastrelle per terra, insomma, fai quello che vuoi basta che ti levi dai piedi. Non ne posso più di averti sempre dietro le spalle come un’ombra!”

“I compiti li ho già fatti, amiche non ne ho e le piastrelle devo averle contate qualche settimana fa: me lo avevi già detto, ti stai ripetendo”.

“Mi stai facendo diventare pazza. Possibile che non lo capisci? Non ho tempo per starti dietro, fra dieci minuti arriva Maura, dobbiamo provare”.

Maura era la migliore amica di Giulia, la seconda voce del gruppo. Luca e Giorgio, i rispettivi fidanzati, suonavano la chitarra e la tastiera. Da un paio d’anni, avevano creato un piccolo complesso, The sound’s, e negli ultimi tre mesi si riunivano tutti i giorni a casa nostra per provare e proporsi a qualche casa discografica, trasformando la camera di Giulia in una sala di registrazione.

Maura scriveva i testi, lasciando ai maschi l’arrangiamento. L’ultima canzone s’intitolava “Nel buio”, o almeno questo era l’ultimo titolo, perché ogni tanto cambiava: “Dentro il buio, Accanto al buio, Oltre il buio”. Non avevano le idee chiare in merito, ma ad Anna piaceva. Ascoltandola quotidianamente, ormai il ritmo le era entrato nella mente tanto da canticchiarla in ogni momento. Anna non era certo dotata della stessa voce potente di sua sorella che somigliava ad Anastacia, ma non se la cavava così male, usando anche questa scusa per infilarsi nel gruppo, senza però ottenere alcun risultato.

Solo Luca, intenerito da tanta ostinazione, aveva proposto a Giulia, di accettare sua sorella come mascotte.

“Anche Micheal Jackson ha iniziato a cantare con i suoi fratelli”, lo aveva sentito dire Anna, origliando dietro la porta nel tentativo di convincere Giulia, ma lei era irremovibile.

“Non se ne parla neppure. Ha solo sedici anni, non sa cantare e non siamo la famiglia Jackson. Siamo un gruppo affiatato come gli Abba. Non c’è posto per una ragazzina che fino a ieri latrava come un cane!”

Luca non era dello stesso parere. Non sapeva, allora, Anna per quale motivo. Probabilmente era solo una forma di tenerezza nei suoi confronti, ma era l’unico che le chiedeva come stava, come andava a scuola o cosa avrebbe fatto nel pomeriggio, quasi come se con quelle banali domande avesse voluto conoscerla meglio. Anna aveva notato quello sguardo che s’illuminava ogni volta che incontrava il suo, e tanto le era bastato per sperare che un giorno sarebbe potuto diventare un amico, un vero amico. Non si era preoccupata allora del fatto che fosse il fidanzato di Maura, né aveva l’intenzione di rubarle il posto. Voleva solo un po’ di compagnia. Negli ultimi tre anni Anna era cresciuta in fretta e l’età che la separava da sua sorella sembrava essersi ravvicinata parecchio. Dimostrare vent’anni anziché sedici non le era sembrato essere uno svantaggio, anzi, pensò che sarebbe stato divertente indossare i panni di un’adulta ed ottenere finalmente l’attenzione che aveva sempre cercato.

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Grazie a tutti coloro che, mossi a pietà, lasceranno un messaggio! Un baciolones a tutti! Pat

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