Bella da morire – Quinto capitolo

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Giulia aveva preparato la tavola, Luca si era offerto di cucinare gli spaghetti “aglio, olio e peperoncino”. Bello sforzo, pensò Anna, ma era così carino vederlo muoversi tra il tavolo di cucina e i fornelli con una tale disinvoltura da rimanere seduta in un angolo ad osservarlo. Il tempo di scambiare qualche parola con lui e in un attimo il profumo dell’aglio virò in una nauseante puzza di bruciato.

“Accidenti, l’aglio…”, urlò Giulia, precipitandosi a togliere la padella dal fuoco.

“Ma non hai visto che bruciava, razza di deficiente”, inveì contro Anna con astio, “sei solo capace a startene seduta lì come una principessa, aspettando che ti servano la cena”.

“Ma cosa c’entro io?”, rispose, Anna, pronta a parare una sberla.

“Ehi, ehi, calma, sembrate due gatte isteriche. E’ stata colpa mia, non è niente di grave”, intervenne Luca, bloccando lo slancio di Giulia.

“Grazie, mi hai salvato di nuovo, mio cavaliere”, gli sussurrò Anna, sbattendo le ciglia ad arte.

“Taci, e non fare la stupida!”, le lanciò sua sorella.

“Ora basta, smettetela. Scusa Pepe, qui non si riesce a trascorrere cinque minuti senza che vi azzuffiate per stupidi motivi!”

“E’ stata lei a cominciare!”, esclamò Anna, puntando l’indice contro Giulia.

Era certa che sua sorella l’avrebbe fatta pezzi, ma Luca l’aveva abbracciata. Proprio lì davanti ad Anna. Era una scusa per toccarla o solo per bloccarle le mani? In ogni caso, aveva sortito lo stesso effetto del buffetto. Giulia rientrò le unghie, non prima di sibilare ad Anna: “Sparisci, volatilizzati, mettiti le mani attorno al collo e stringi!”

“Ho capito, ho capito, me ne vado. So quando sono di troppo. Se avete bisogno di me chiamatemi”.

Lo sguardo di Giulia sembrava il ringhio feroce di una pantera.

“Grazie, Pepe, è un po’ nervosa, non farci caso. Tieni”, disse Luca, allungando ad Anna cinquanta euro, “ordina tre pizze e un paio di birre”, poi, facendosi più vicino a lei e indicando Giulia con il mento, le bisbigliò: “forse è meglio lasciar perdere con i fuochi, qui la situazione è già abbastanza rovente!”

“Margherite?”, domandò Anna, ridacchiando.

“Ok, con doppia mozzarella e poi, scusa se te lo chiedo, ma potresti lasciarci soli? Le parlerò, questa situazione può danneggiarci, lo sai”.

La richiesta di Luca era più che ragionevole: doveva essere certo che Giulia non mandasse a monte l’audizione con qualche altra scena isterica.

“Va bene, non vi disturberò. Vado a vedere la televisione in sala, credo ci sia qualcosa d’interessante”, mentì Anna solo per contraccambiare il favore.

Andò in salotto, compose il numero di Pizza Sprint e, dopo aver ordinato le pizze, rimase buona buona sul divano ad aspettare. Il puzzo dell’aglio bruciato era arrivato a riempire anche la sala. Aprì le finestre, nonostante si fosse alzato un vento che aveva fatto correre in cielo le nuvole ancora gonfie di pioggia. Di tanto in tanto facevano capolino uno spicchio di luna e qualche accenno di stelle. Forse l’indomani sarebbe spuntato finalmente il sole.

Anna si era avvolta con la trapunta piegata sotto il cuscino del puff e cominciato a fare zapping con il telecomando: fiction, pubblicità, partita, pubblicità, politica… Erano trascorsi appena dieci minuti e si stava già annoiando. La promessa di rimanere in disparte stava cominciando a scivolare via dalla sua mente.

“Chissà cosa stanno facendo quei due?”, chiese Anna, avvertendo uno strano silenzio, ai due bambini in porcellana di Copenaghen che si davano la mano da sempre sul tavolino di cristallo.

Erano i preferiti della mamma fra la piccola collezione raccolta da quando era sposata. Quella statuina era stato il primo regalo di nozze ricevuto dalla sua amica d’infanzia più cara, un’amicizia poi persa e mai più recuperata. Mantenere nel tempo un’amica sembrava più difficile che trovarla. Ma chissà perché né sua madre, né sua sorella riuscivano a conservare un valore così prezioso come l’amicizia. Anna non aveva risposte, e neppure amiche. Forse per questo motivo Giulia era tanto gelosa dei suoi amici? Vedeva sua sorella come una minaccia? Non era una ruba fidanzati, né una ruba amiche. Era solo Anna. Anna sola.

Non aveva mai trovato nessuno, Anna. Nessun amico con cui condividere i suoi pensieri, le sue emozioni e tutte quelle lacrime che non riusciva a fermare. I libri erano suoi veri amici e con loro trascorreva la maggior parte del suo tempo. Erano vite nuove, diverse da lei, quelle che Anna avrebbe voluto vivere. Storie d’amore, le sue preferite. Storie vere nelle quali s’immedesimava a tal punto da convincersi d’averle vissute realmente. Ed era allora che si metteva a scrivere, rapita dai suoi stessi sogni, confusa in altre vite. Le parole sgorgavano come piccoli ruscelli, unendosi ad altri affluenti, provenienti da chissà quale altri vissuti. Come i fiumi, al termine della loro corsa, le parole sfociavano in una moltitudine di testi che riempivano la sua scrivania. Non sapeva dire, Anna, se i suoi scritti fossero delle vere e proprie poesie, ma li amava molto perché tra quelle righe c’era tutta la sua solitudine. La preferita era quella che aveva dedicato ai bambini africani, scritta mentre guardava un documentario sulle misere condizioni del Terzo Mondo. S’intitolava: Il ritmo dell’Africa.

Il cuore della tua Africa

batte al ritmo dei tamburi.

Palpita la sera dipinta d’ocra,

quando l’oro del sole

si assesta dietro l’orizzonte,

mentre i contorni degli alberi

si confondono col buio della notte.

Palpita tua madre

che ad occhi asciutti e stretti

ti offre il seno scarno e secco,

cullandoti con quel suono

che echeggia nel silenzio

come un mantra di dolore.

Palpiti anche tu, fratello mio,

che diviso da quel mondo di lustrini

in cui vivo, mi guardi con quegli occhi

sbarrati di terrore,

senza alcuna comprensione,

senza colpe, né avversione

e dalle tue labbra tristi e mute

s’alza al cielo una domanda

che sfonda il vetro

dell’indifferenza,

aspettando una risposta

che raccolga il tuo perché.

Con questa poesia aveva vinto il primo premio a un Concorso Letterario organizzato dal Comune di Genova per gli studenti liguri delle scuole medie. Ne andava particolarmente fiera, ma non aveva fatto i conti con le sue “amiche” che, dopo quella riconoscenza, avevano avuto un motivo in più per provare maggior invidia nei suoi confronti. Ogni cosa Anna facesse, sembrava dovesse pagarne le conseguenze: nel bene, come nel male. A volte fantasticava, pensando che un giorno la sua poesia sarebbe potuta diventare il testo di una canzone, magari suonata e cantata da Tullio D’Episcopo, un autore “vecchio” data la sua età, ma che Anna aveva amato fin da subito per quel suo ritmo unico e coinvolgente. Da quando le era tornata alla mente, pensò fosse una buona idea portarla all’audizione. Chissà, forse era realmente arrivata la sua occasione.

Brava, signorina, complimenti. Ha mai pensato di scrivere qualcosa?”

“Certo”, avrebbe risposto Anna, “casualmente ho un testo cui tengo particolarmente, scritto appositamente per Tullio D’Episcopo, o Jovanotti”.

“Jovanotti? Ma che dico, cosa c’entra Jovanotti con D’Episcopo?”, aveva continuato a chiedere a quei bimbi immobili, come se avesse dialogato tutto il tempo con loro.

Accidenti, sto diventando deficiente davvero se mi ritrovo a parlare con delle statuine.

Il trillo del campanello di casa arrestò i suoi pensieri. Finalmente erano arrivate le pizze. Sembrava fosse trascorso un secolo da quando le aveva ordinate: il tempo di un sogno che non avrebbe voluto interrompere. Anna pagò e ringraziò il ragazzo, lasciandogli una piccola mancia e, dopo aver portato le scatole bollenti in cucina, chiamò Giulia e Luca. Non ottenendo nessuna risposta, pensò che stessero provando con le cuffie. Erano già le nove di sera e a quell’ora era vietato fare rumore. La vicina del piano inferiore, una signora di ottantacinque anni, si era lamentata in passato con la madre per il volume della musica troppo alto, minacciandola di rivolgersi all’amministratore e ai carabinieri se non avesse preso dei provvedimenti. Per quel motivo Giulia sperava di affittare la cantina nei fondi del palazzo e trasformarla in una sala prove. L’esito positivo dell’audizione le avrebbe dato la possibilità economica per attuare il suo desiderio.

“Ci sono le pizze! Sbrigatevi, altrimenti si raffreddano”, gridò nuovamente Anna, senza ricevere alcuna risposta.

La porta della camera era chiusa, ovviamente. Anna, obbedendo all’invito di Luca di lasciarli soli, accostò l’orecchio, tentando di captare i loro discorsi.

Silenzio. Come mai non li sentiva cantare? Avevano messo il silenziatore al microfono o avevano semplicemente fatto una pausa?

Bussò leggermente. Ancora silenzio.

Beh, io entro, se Giulia apre la bocca per sbranarmi le infilo un pezzo di pizza. Io non ho le stesse armi di Giorgio o di Luca. Ad ognuno i suoi metodi, si convinse.

Abbassò lentamente la maniglia, come avesse potuto fare ancora in tempo a richiuderla se si fosse accorta dei ruggiti di Giulia. Entrò prima con la testa e poi, cautamente, con tutto il corpo. Ormai Anna era diventata un’esperta nell’imitare le movenze degli investigatori privati.

“Permesso? Scusate, ci sono le pizze. Le ho messe in cucina. Giulia? Luca? Dove siete?”

La stanza era vuota. Erano spariti. Ma dove? La camera di sua sorella non era così grande da potersi nascondere tanto facilmente, perché di questo si era trattato, pensò Anna. Quei due le stavano facendo sicuramente uno scherzo. Giulia è una vera stronza, recitò fra sé, sa che ho paura a star da sola e deve aver convinto Luca ad appoggiarla. Sicuramente era andata così. Convinta di farsi quattro risate alle sue spalle, Giulia aveva coinvolto Luca in quello stupido scherzo e ora erano nascosti in qualche angolo della casa per vedere la reazione di Anna.

Se aspettano che mi metta a urlare in una crisi di panico possono pure farsi crescere la muffa sui piedi, pensò.

Non l’avrebbe data vinta a sua sua sorella. Anna sapeva che erano da qualche parte. Non era sola.

Non si sono mica volatilizzati. Saranno usciti? No, non è possibile. Giulia sbatte sempre la porta di casa quando esce, l’avrei sentita. No, quei deficienti sono qui in giro, ma appena li vedo faccio un casino… parlava fra sé e sé, Anna, mentre passava accanto alla camera della mamma. Di colpo si arrestò, certa d’aver avvertito la presenza di qualcuno.

Che stronzi, si sono nascosti in camera della mamma, se lo sa, li ammazza. Seguendo il filo dei suoi pensieri, Anna prese la decisione di entrare in camera con l’intenzione di porre fine a quello stupido gioco, ma si fermò all’ingresso, incapace di fare un passo avanti o indietro. La porta era socchiusa. Fu sufficiente quella fessura per bloccarle il respiro.

“OhmioDioohmioDioohmioDio! Mia sorella sta scopando con Luca, cioè Luca sta scopando con Giulia, insomma quei due stanno proprio facendo quello”, riuscì a dire, soffocando le parole nel palmo della mano, chiusa a guscio sulle labbra.

Ora sì che sarebbe stato un bel casino… oppure no?

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