Informazioni su patriziatarganiiachino

Mi chiamo Patrizia Targani e sono un'imprenditrice, nel senso che è una vera e propria impresa gestire la mia piccola azienda a conduzione familiare. Siamo due ...soci e abbiamo due dipendenti. L'azienda è in crescita costante da più di trent'anni, nonostante piccole e normali divergenze dei due soci nella conduzione. La mia è un'azienda molto attiva: il centralino è perennemente intasato da telefonate giornaliere delle quali mi occupo personalmente. Esiste un ufficio reclami, un ufficio S.O.S. voce amica e una chat, nel senso che "ciattello" spesso e volentieri! Ma il settore di cui sono più fiera è la mensa aziendale, aperta mezzogiorno e sera, 24 ore su 24. A volte i dipendendti si lamentano ma si possono sempre rivolgere all'ufficio reclami e prima o poi il caso verrà preso in considerazione! Seeeeeeeeeeeeeee!!!! Sono una mezza casalinga di mezza età che ha una mezza idea di diventare una scrittrice, ma che si accontenta anche d'esserlo per metà! Sono una persona creativa e mi cimento ogni volta in nuove avventure. L'ultima in cui sono rimasta intrappolata è quella della scrittura. Non so se sarò mai una scrittrice con le carte in regola ma per ora mi applico per diventarlo. Attualmente mi sento in bilico se continuare a scrivere e tentare di spiccare il volo, o fermarmi, rinunciando ai sogni! La difficoltà è enorme e avrei tanto bisogno di capire se si ho realmente il "talento" di cui si parla tanto oppure no. In un mondo dove tutti scrivono (e pochi leggono) mi chiedo se c'è posto anche per me. Mi piace scrivere e soprattutto sul mondo femminile, indossare i sentimenti delle mie protagoniste e provare le stesse sensazioni: ridere e piangere con loro e come loro, nel tentativo di regalare le stesse emozioni che provo nel momento stesso in cui le scrivo. Ho pubblicato nel 2005 il mio primo romanzo "Riflessi" (Il Filo), vincitore del Concorso Internazionale Il Maestrale - Marengo d'Oro di Sestri Levante. Nel 2008 ho pubblicato "Odio, gli inganni della vita" (Zona), attualmente in circolazione. Da due anni ho pronto un romanzo ancora in cerca di un editore e in attesa che la sua autrice si decida a inviarlo. Il mio concetto è che quando scrivo non invento nulla: "rubo" alla realtà, trasmettendo il mio modo di percepire la vita. Durante la presidenza rotariana di mio marito Carlo Maria Iachino ho immeritatamente ricevuto il prestigioso "Genovesino d'argento" da parte degli amici rotariani, probabilmente indotti a questo gesto per un abuso momentaneo di sostanze euforizzanti!

Shabbart by Patrizia Targani Iachino

“Fa sciato”, questo è il termine che noi zeneizi usiamo per dire che fa figura, che con una cosa di poco valore si può rendere bello un oggetto, un ambiente, ecc. Ma cosa, in fin dei conti fa sciato? L’idea primordiale era quella di dipingere su tavole di recupero che con poco avrebbero fatto la loro figurina. Peccato che vivo in una città in cui, evidentemente, nessuno butta nulla, come dice il nostro famoso architetto, Renzo Piano, quindi, l’unica tavola di recupero del mio zoo è rimasta sola soletta, ma forse proprio per questo un giorno sarà “famosa”! Ihihihih!

La cavalla, acrilico su tavola di recupero 94×91 cm.

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Una bella cavallona bionda che forse mi somigliava pure, questo è ciò che ho pensato quando ho terminato di dipingerla. Non era ancora asciutto il pennello che non vedevo l’ora di ricominciare. La tecnica usata era quella che meglio mi veniva, utilizzando i pennelli e gli stessi colori che mi sono serviti per i mobili. Non ho la più pallida idea se quella che adopero si possa definire tecnica e se sia già in uso da altri pittori, ho solo utilizzato gli avanzi delle pitture comprate al tempo della ristrutturazione della mia casa e della conseguente trasformazione dei mobili. Qui forse è prevalso il mio spirito zeneize, ma l’effetto finale era di mio gradimento, continuando con la mia “tecnica”. I colori tenui e sfumati, ben si sposavano fra loro, così ho iniziato la mia ricerca “matta e disperatissima” di tavole abbandonate nei posti più disparati della città, per ridare loro una seconda chance.

Pur girando come una barbona, non trovando nulla da nessuna parte, mi sono adattata a comprare un po’ di materiale dal negozio di bricolage dell’amico Giulio Benvenuto. Dalle sue tavole sono nati diversi quadri. “Il fine giustifica i mezzi”, abbandonando per sempre la ricerca.

Lo stallone nero, acrilico su tavola 130×90 cm.

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Nella mia testolina iniziavano le prime fantasie, i primi sogni, visti i numerosi complimenti ricevuti da parte di amici e parenti…E le prime richieste d’acquisto.. Non ho mai creduto di essere chissà che, ma vista la produzione che continuava inesorabile, ho iniziato a pensare di proporla in vendita. Come non sapevo ancora, ma di certo fb poteva essere una buona vetrina. Non che contassi in vendite stratosferiche, in fondo il mio scopo principale era quello di distrarmi e quel dipingere di continuo aveva centrato il bersaglio. Dani era nel mio cuore, mi accompagnava in ogni dipinto e più dipingevo, meglio venivano i quadri. Non avevo nessuna intenzione di mollare, però avrei dovuto organizzarmi per non riempirmi la stanza di tavole di legno.

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Il cervo fatato, acrilico su tavola 80×60 cm.

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I frisoni innamorati, acrilico su tavola 130×88 cm.

L’idea era quella di creare una linea di quadri che ben si sposassero con lo stile shabby tanto di moda negli arredi.Da qui il nome Shabbart che per la prima volta uscì dalle mie labbra in occasione di un incontro a casa di Marzia Sofia Salvestrini riguardo alla sua Associazione Donna Regina. Il nome non suscitò particolare interesse, ma dentro di me si stava già aprendo un mondo che ancora non conoscevo.

Ma ora stop, i post troppo lunghi annoiano e quindi vi rimando alla prossima puntata, sciuao, grazie per avermi seguita! Pat

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Shabbart, ma cossu l’è?

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Questa è la copertina che gentilmente mi ha creato Marzia Sofia Salvestrini, io sono un po’ negata, riunendo una parte di ciò che ho partorito dal momento in cui ho preso il pennello in mano. Ma andiamo per gradi, così vi faccio vedere le foto dei miei lavori, anziché blaterare, fino ad arrivare al momento della nascita di ‘sto belin di Shabbart.

 

Le renne sulla neve è il primo quadro su tavola che ho dipinto insieme alla mia amica omonima, aiutandoci a vicenda nella realizzazione.

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Ad ambedue è sembrato carino e sulla scia dell’entusiasmo abbiamo dipinto un altro soggetto per la montagna, gli orsi sulla neve.

 

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Non era male neppure questo e così ho continuato, approfittando del momento creativo e soprattutto del fatto che riuscivo a distrarmi dal pensiero della mia bella sister. Recuperando due tavole ovali, mi sono lanciata a raffigurare altri animali tipici della montagna, un cervo e una volpe.

 

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Bene, avrei dato questi quadri a mio figlio, dovendo arredare una piccola casetta in montagna.Per par condicio ho dipinto un quadro per mia figlia che ama i cavalli e questo è il risultato.

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Questo quadro mi ha regalato le prime vere emozioni. I cavalli che incrociano il muso come uno scambio d’amore, mi  avevano fatto scattare qualcosa dentro. Ormai ci avevo preso gusto, partendo a manetta verso altri animali. Non sapevo ancora che proprio i cavalli sarebbero stati il mio simbolo prima di arrivare alla linea Shabbart by Patrizia Targani Iachino, una collezione che si arricchisce ogni volta di nuovi quadri.

La prossima volta ve ne parlerò in modo più dettagliato, non mi mollate! Un baciolones a todos e grazie per seguirmi.

 

 

 

 

 

 

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Ussignur, sono dieci mesi che non tocco il blog, ma purtroppo mi sono accadute delle cose che non voglio ricordare, o perlomeno, non qui . Gli amici di facebook ormai sanno tutto di me, vista la mia trasparenza nel pormi, e approfitto del mio spazio per ringraziarli ancora una volta per essermi stati vicini. Punto e a capo, così ci insegnavano alle elementari e quindi ricominciamo. Da dove, però? L’ultimo post era il quinto capitolo del mio romanzo in itinere “Bella da morire”, tra l’altro seguito da diverse persone che sono rimaste col becco asciutto, sparendo dal blog. Spero di non averli persi forever. Non sarebbe stata mia intenzione comunque postare tutti i capitoli, altrimenti a che servirebbero le “eventuali” case editrici? Seppur accantonata in un angolo, l’aspirazione alla pubblicazione del romanzo rimane. Che sia un sogno più o meno realizzabile, spero di avere tempo per attuarlo. Ora sono troppo impegnata a un’altra vecchia passione, scoppiata in seguito alla perdita della mia amatissima sister. E’ stato per non impazzire dal dolore, per non cedere alla disperazione che ho approfittato dell’invito di una mia ex compagna di classe, amante anche lei della pittura, a riprendere i pennelli in mano, affondando l’anima nei colori. Ciò che sono apparsi erano animali, dapprima più stilizzati, vagamente naif, poi il cuore ha preso il sopravvento, realizzando figure più imponenti, malinconiche, ma possenti ed eleganti. I cavalli hanno da sempre avuto un’attenzione particolare da parte mia, fin da quando ero piccola. E proprio questi animali hanno conquistato la mia anima, scolpendo la loro, entrando nel loro sguardo, unendoci in un abbraccio spirituale. Ogni volta che terminavo un quadro mi ritrovavo a singhiozzare, pensando alla mia Dani, ma al contempo mi rendevo conto di non aver versato alcuna lacrima mentre dipingevo. E allora ricominciavo con avidità a colorare quelle tavole di legno che si moltiplicavano sempre più, allontanando di un poco il dolore, attenuando la mia disperazione. In breve è nato quello che io chiamo simpaticamente “il mio zoo”, stimolata dagli amici che apprezzavano i miei dipinti. Prima fra tutti, Marzia Sofia Salvestrini, la Regina del Gustaviano. E’ lei che ha visto le mie potenzialità nella rappresentazione pittorica del mio zoo, ed è sempre lei che mi ha incoraggiata a proseguire, convincendomi, senza molti risultati però, di essere una vera artista. Il mio grazie a queste amiche che mi hanno aiutata, incosapevolmente o no, a uscire dal vortice della depressione e grazie ancora a tutti i miei amici di fb che mi hanno sostenuta nel mio dipingere , cercando ogni volta di migliorarmi. “Cavalcando” l’onda, è il caso di dirlo, mi sono lasciata trasportare verso orizzonti lontani, ma che, quadro dopo quadro, cavallo dopo cavallo, si avvicinavano sempre più. Ma questo ve lo racconterò la prossima volta. Grazie per la pazienza, un baciolones a todos!

Bella da morire – Quinto capitolo

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Giulia aveva preparato la tavola, Luca si era offerto di cucinare gli spaghetti “aglio, olio e peperoncino”. Bello sforzo, pensò Anna, ma era così carino vederlo muoversi tra il tavolo di cucina e i fornelli con una tale disinvoltura da rimanere seduta in un angolo ad osservarlo. Il tempo di scambiare qualche parola con lui e in un attimo il profumo dell’aglio virò in una nauseante puzza di bruciato.

“Accidenti, l’aglio…”, urlò Giulia, precipitandosi a togliere la padella dal fuoco.

“Ma non hai visto che bruciava, razza di deficiente”, inveì contro Anna con astio, “sei solo capace a startene seduta lì come una principessa, aspettando che ti servano la cena”.

“Ma cosa c’entro io?”, rispose, Anna, pronta a parare una sberla.

“Ehi, ehi, calma, sembrate due gatte isteriche. E’ stata colpa mia, non è niente di grave”, intervenne Luca, bloccando lo slancio di Giulia.

“Grazie, mi hai salvato di nuovo, mio cavaliere”, gli sussurrò Anna, sbattendo le ciglia ad arte.

“Taci, e non fare la stupida!”, le lanciò sua sorella.

“Ora basta, smettetela. Scusa Pepe, qui non si riesce a trascorrere cinque minuti senza che vi azzuffiate per stupidi motivi!”

“E’ stata lei a cominciare!”, esclamò Anna, puntando l’indice contro Giulia.

Era certa che sua sorella l’avrebbe fatta pezzi, ma Luca l’aveva abbracciata. Proprio lì davanti ad Anna. Era una scusa per toccarla o solo per bloccarle le mani? In ogni caso, aveva sortito lo stesso effetto del buffetto. Giulia rientrò le unghie, non prima di sibilare ad Anna: “Sparisci, volatilizzati, mettiti le mani attorno al collo e stringi!”

“Ho capito, ho capito, me ne vado. So quando sono di troppo. Se avete bisogno di me chiamatemi”.

Lo sguardo di Giulia sembrava il ringhio feroce di una pantera.

“Grazie, Pepe, è un po’ nervosa, non farci caso. Tieni”, disse Luca, allungando ad Anna cinquanta euro, “ordina tre pizze e un paio di birre”, poi, facendosi più vicino a lei e indicando Giulia con il mento, le bisbigliò: “forse è meglio lasciar perdere con i fuochi, qui la situazione è già abbastanza rovente!”

“Margherite?”, domandò Anna, ridacchiando.

“Ok, con doppia mozzarella e poi, scusa se te lo chiedo, ma potresti lasciarci soli? Le parlerò, questa situazione può danneggiarci, lo sai”.

La richiesta di Luca era più che ragionevole: doveva essere certo che Giulia non mandasse a monte l’audizione con qualche altra scena isterica.

“Va bene, non vi disturberò. Vado a vedere la televisione in sala, credo ci sia qualcosa d’interessante”, mentì Anna solo per contraccambiare il favore.

Andò in salotto, compose il numero di Pizza Sprint e, dopo aver ordinato le pizze, rimase buona buona sul divano ad aspettare. Il puzzo dell’aglio bruciato era arrivato a riempire anche la sala. Aprì le finestre, nonostante si fosse alzato un vento che aveva fatto correre in cielo le nuvole ancora gonfie di pioggia. Di tanto in tanto facevano capolino uno spicchio di luna e qualche accenno di stelle. Forse l’indomani sarebbe spuntato finalmente il sole.

Anna si era avvolta con la trapunta piegata sotto il cuscino del puff e cominciato a fare zapping con il telecomando: fiction, pubblicità, partita, pubblicità, politica… Erano trascorsi appena dieci minuti e si stava già annoiando. La promessa di rimanere in disparte stava cominciando a scivolare via dalla sua mente.

“Chissà cosa stanno facendo quei due?”, chiese Anna, avvertendo uno strano silenzio, ai due bambini in porcellana di Copenaghen che si davano la mano da sempre sul tavolino di cristallo.

Erano i preferiti della mamma fra la piccola collezione raccolta da quando era sposata. Quella statuina era stato il primo regalo di nozze ricevuto dalla sua amica d’infanzia più cara, un’amicizia poi persa e mai più recuperata. Mantenere nel tempo un’amica sembrava più difficile che trovarla. Ma chissà perché né sua madre, né sua sorella riuscivano a conservare un valore così prezioso come l’amicizia. Anna non aveva risposte, e neppure amiche. Forse per questo motivo Giulia era tanto gelosa dei suoi amici? Vedeva sua sorella come una minaccia? Non era una ruba fidanzati, né una ruba amiche. Era solo Anna. Anna sola.

Non aveva mai trovato nessuno, Anna. Nessun amico con cui condividere i suoi pensieri, le sue emozioni e tutte quelle lacrime che non riusciva a fermare. I libri erano suoi veri amici e con loro trascorreva la maggior parte del suo tempo. Erano vite nuove, diverse da lei, quelle che Anna avrebbe voluto vivere. Storie d’amore, le sue preferite. Storie vere nelle quali s’immedesimava a tal punto da convincersi d’averle vissute realmente. Ed era allora che si metteva a scrivere, rapita dai suoi stessi sogni, confusa in altre vite. Le parole sgorgavano come piccoli ruscelli, unendosi ad altri affluenti, provenienti da chissà quale altri vissuti. Come i fiumi, al termine della loro corsa, le parole sfociavano in una moltitudine di testi che riempivano la sua scrivania. Non sapeva dire, Anna, se i suoi scritti fossero delle vere e proprie poesie, ma li amava molto perché tra quelle righe c’era tutta la sua solitudine. La preferita era quella che aveva dedicato ai bambini africani, scritta mentre guardava un documentario sulle misere condizioni del Terzo Mondo. S’intitolava: Il ritmo dell’Africa.

Il cuore della tua Africa

batte al ritmo dei tamburi.

Palpita la sera dipinta d’ocra,

quando l’oro del sole

si assesta dietro l’orizzonte,

mentre i contorni degli alberi

si confondono col buio della notte.

Palpita tua madre

che ad occhi asciutti e stretti

ti offre il seno scarno e secco,

cullandoti con quel suono

che echeggia nel silenzio

come un mantra di dolore.

Palpiti anche tu, fratello mio,

che diviso da quel mondo di lustrini

in cui vivo, mi guardi con quegli occhi

sbarrati di terrore,

senza alcuna comprensione,

senza colpe, né avversione

e dalle tue labbra tristi e mute

s’alza al cielo una domanda

che sfonda il vetro

dell’indifferenza,

aspettando una risposta

che raccolga il tuo perché.

Con questa poesia aveva vinto il primo premio a un Concorso Letterario organizzato dal Comune di Genova per gli studenti liguri delle scuole medie. Ne andava particolarmente fiera, ma non aveva fatto i conti con le sue “amiche” che, dopo quella riconoscenza, avevano avuto un motivo in più per provare maggior invidia nei suoi confronti. Ogni cosa Anna facesse, sembrava dovesse pagarne le conseguenze: nel bene, come nel male. A volte fantasticava, pensando che un giorno la sua poesia sarebbe potuta diventare il testo di una canzone, magari suonata e cantata da Tullio D’Episcopo, un autore “vecchio” data la sua età, ma che Anna aveva amato fin da subito per quel suo ritmo unico e coinvolgente. Da quando le era tornata alla mente, pensò fosse una buona idea portarla all’audizione. Chissà, forse era realmente arrivata la sua occasione.

Brava, signorina, complimenti. Ha mai pensato di scrivere qualcosa?”

“Certo”, avrebbe risposto Anna, “casualmente ho un testo cui tengo particolarmente, scritto appositamente per Tullio D’Episcopo, o Jovanotti”.

“Jovanotti? Ma che dico, cosa c’entra Jovanotti con D’Episcopo?”, aveva continuato a chiedere a quei bimbi immobili, come se avesse dialogato tutto il tempo con loro.

Accidenti, sto diventando deficiente davvero se mi ritrovo a parlare con delle statuine.

Il trillo del campanello di casa arrestò i suoi pensieri. Finalmente erano arrivate le pizze. Sembrava fosse trascorso un secolo da quando le aveva ordinate: il tempo di un sogno che non avrebbe voluto interrompere. Anna pagò e ringraziò il ragazzo, lasciandogli una piccola mancia e, dopo aver portato le scatole bollenti in cucina, chiamò Giulia e Luca. Non ottenendo nessuna risposta, pensò che stessero provando con le cuffie. Erano già le nove di sera e a quell’ora era vietato fare rumore. La vicina del piano inferiore, una signora di ottantacinque anni, si era lamentata in passato con la madre per il volume della musica troppo alto, minacciandola di rivolgersi all’amministratore e ai carabinieri se non avesse preso dei provvedimenti. Per quel motivo Giulia sperava di affittare la cantina nei fondi del palazzo e trasformarla in una sala prove. L’esito positivo dell’audizione le avrebbe dato la possibilità economica per attuare il suo desiderio.

“Ci sono le pizze! Sbrigatevi, altrimenti si raffreddano”, gridò nuovamente Anna, senza ricevere alcuna risposta.

La porta della camera era chiusa, ovviamente. Anna, obbedendo all’invito di Luca di lasciarli soli, accostò l’orecchio, tentando di captare i loro discorsi.

Silenzio. Come mai non li sentiva cantare? Avevano messo il silenziatore al microfono o avevano semplicemente fatto una pausa?

Bussò leggermente. Ancora silenzio.

Beh, io entro, se Giulia apre la bocca per sbranarmi le infilo un pezzo di pizza. Io non ho le stesse armi di Giorgio o di Luca. Ad ognuno i suoi metodi, si convinse.

Abbassò lentamente la maniglia, come avesse potuto fare ancora in tempo a richiuderla se si fosse accorta dei ruggiti di Giulia. Entrò prima con la testa e poi, cautamente, con tutto il corpo. Ormai Anna era diventata un’esperta nell’imitare le movenze degli investigatori privati.

“Permesso? Scusate, ci sono le pizze. Le ho messe in cucina. Giulia? Luca? Dove siete?”

La stanza era vuota. Erano spariti. Ma dove? La camera di sua sorella non era così grande da potersi nascondere tanto facilmente, perché di questo si era trattato, pensò Anna. Quei due le stavano facendo sicuramente uno scherzo. Giulia è una vera stronza, recitò fra sé, sa che ho paura a star da sola e deve aver convinto Luca ad appoggiarla. Sicuramente era andata così. Convinta di farsi quattro risate alle sue spalle, Giulia aveva coinvolto Luca in quello stupido scherzo e ora erano nascosti in qualche angolo della casa per vedere la reazione di Anna.

Se aspettano che mi metta a urlare in una crisi di panico possono pure farsi crescere la muffa sui piedi, pensò.

Non l’avrebbe data vinta a sua sua sorella. Anna sapeva che erano da qualche parte. Non era sola.

Non si sono mica volatilizzati. Saranno usciti? No, non è possibile. Giulia sbatte sempre la porta di casa quando esce, l’avrei sentita. No, quei deficienti sono qui in giro, ma appena li vedo faccio un casino… parlava fra sé e sé, Anna, mentre passava accanto alla camera della mamma. Di colpo si arrestò, certa d’aver avvertito la presenza di qualcuno.

Che stronzi, si sono nascosti in camera della mamma, se lo sa, li ammazza. Seguendo il filo dei suoi pensieri, Anna prese la decisione di entrare in camera con l’intenzione di porre fine a quello stupido gioco, ma si fermò all’ingresso, incapace di fare un passo avanti o indietro. La porta era socchiusa. Fu sufficiente quella fessura per bloccarle il respiro.

“OhmioDioohmioDioohmioDio! Mia sorella sta scopando con Luca, cioè Luca sta scopando con Giulia, insomma quei due stanno proprio facendo quello”, riuscì a dire, soffocando le parole nel palmo della mano, chiusa a guscio sulle labbra.

Ora sì che sarebbe stato un bel casino… oppure no?

Bella da morire – capitolo quarto

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Provarono tutto il giorno, nonostante le sfuriate di disappunto di Giulia non ancora convinta della scelta obbligata. Luca aveva rincuorato Anna, Giorgio incoraggiata. Persino Maura aveva cercato di farle accettare la situazione, ma Giulia era decisamente contrariata. Era pur vero che le due sorelle non erano mai andate d’accordo, ma addirittura farsi venire delle crisi isteriche come una donna incinta era davvero esagerato.

“Tu non capisci, questa canzone NON si può suonare con un tono più basso per accontentare questa DEFICIENTE! Maura l’ha scritta sulle MIE corde. Sono IO la cantante, Maura è la MIA spalla. Anna NON ce la fa… Oddio, è un disastro… NON PUO’ FUNZIONARE!”. La voce di Giulia era acuta come un soprano. La sua teatralità era degna di una prima alla Scala.

“Non capisco perché ce l’hai tanto con tua sorella: è carina, disponibile ed è pure brava!” , intervenne Giorgio a difesa di Anna.

“COSA? La difendi pure? Ma cosa ti è preso? Non ti ricordi quando è salita sul palco durante un’audizione e si è messa a latrare come un cane, strappandomi il microfono?”

“Ma è stato tanto tempo fa, era piccolina!”

“Era ed è completamente scema. Intanto non ci hanno preso, di sicuro per colpa sua!”

“ Lei non c’entrava nulla. Perché non ammetti che non eri in forma quella volta? Hai steccato per due volte e non avevi preso l’attacco giusto!”

“Ah, è questo che pensi di me! Ora vieni a dirmi che non so cantare… DIO COME TI ODIO!”. Giulia iniziò a piangere. Anna la spiava, chiedendosi come fosse in grado di far scendere quelle lacrime finte come i fiumi dei presepi.

“Dai, non fare così… Accidenti, non ti si può dire niente! Volevo solo che apprezzassi che tua sorella, pur non essendo una professionista come te, si sia prestata a sostituire Maura per non perdere l’audizione. Ha solo sedici anni…”

“Lo credi davvero? Sono una professionista?”, farfugliò Giulia tra i singhiozzi sempre più lievi.

“Certo che lo penso. Tutti noi lo pensiamo e pure Anna ti ammira per come canti. Vuole solo aiutarci. Se non collabori con lei, non riusciremo a passare. Ti prego, metti da parte l’orgoglio e riprendiamo daccapo. Abbiamo perso già troppo tempo. So che il pezzo verrà perfetto anche con un tono inferiore, non se ne accorgerà nessuno”, persuase Giorgio, abbracciandola e asciugandole con un dito l’ultima lacrima scivolata sul viso.

La tempesta si era calmata. Giorgio era riuscito nuovamente a farla ragionare, ma l’odio di Giulia nei confronti della sorella era stato messo solo momentaneamente da parte. Il mare della tranquillità sarebbe durato poco, prima o poi sarebbe scoppiata nuovamente la bufera.

Grata a Giorgio, Anna s’impegnò il più possibile, pensando che sarebbe stata una buona occasione anche per lei. Avrebbe potuto far conoscere i suoi testi, e magari diventare pure una cantautrice. Sognava, Anna, con gli occhi aperti come stesse seguendo un film avvincente, e forse lo era: la sua vita, il suo futuro, la sua libertà.

“Sogni il tuo ragazzo?”, domandò Luca, poggiandole una mano sulla spalla.

“Cosa?”, rispose Anna, leggermente imbarazzata da quel tocco.

“Avevi un’aria sognante”, continuò, ponendosi di fronte a lei.

Anna poteva sentire il suo profumo, tanto era vicino. Sapeva di limone, un odore particolare che le era entrato nelle narici e aveva fatto tutto il giro della testa. Era questo il suo segreto per incantare le ragazze? Era con quello che aveva conquistato Giulia?

Lo fissò, perdendosi nei suoi occhi. Se fossero stati soli l’avrebbe potuto anche baciare. Dio, ma cosa sto farneticando?, trattenne dentro di sé Anna. Luca è il ragazzo di Maura. Non sono una ruba-ragazzi.

“Non ho nessuno”, si affrettò a rispondergli, allontanandosi di un passo.

“Come? Non dirmi che non hai una fila di ragazzini che ti fanno la corte!”

Sembrava davvero stupito, Luca, e si era nuovamente messo di fronte a lei. Ora era più vicino, con tutto il corpo. Troppo vicino.

Anna provò nello stomaco la stessa strana sensazione di quel pomeriggio, come un ascensore che saliva e scendeva senza fermarsi mai a un piano, tanto da pensare che pure Luca se ne fosse accorto. Fortunatamente Giorgio li chiamò, togliendo Anna dall’imbarazzo. Aveva ultimato la correzione del testo ed era arrivato il momento di lavorare. Anna non aveva mai desiderato tanto cantare con sua sorella come in quel momento. Si era sentita viola in faccia e tanto, tanto stupida.

Si chiese cosa le stesse succedendo. Era solo Luca.

In un lampo giunse la sera. Dalila era stata trattenuta in ufficio, non sarebbe rientrata prima delle 22.30 per un lavoro straordinario. Giulia aveva invitato i suoi amici a mangiare a casa, proponendo loro di continuare a provare anche dopo cena. Luca era disponibile, mentre Giorgio aveva risposto che era dispiaciuto, ma aveva un impegno. Sarebbe tornato l’indomani di buon’ora per ricominciare le prove. Nonostante l’insistenza di Giulia, lui era stato irremovibile e lei aveva cambiato umore.

Anna sapeva che sarebbe scoppiata un’altra tempesta. Era certa che Giulia se la sarebbe presa con lei, invece inveì solo contro Giorgio, mandandolo letteralmente a quel paese, chiudendogli la porta in faccia con un acuto degno della Callas.

Quando sua sorella era arrabbiata, sembrava che si rompessero tutti i vetri della casa. Il motivo era sempre lo stesso: la gelosia. L’ex fidanzata di Giorgio lo aveva chiamato sul cellulare proprio mentre Giulia gli stava chiedendo di che impegno si fosse trattato. La voce di Katia le era sembrata una risposta più che sufficiente. Da quel momento in poi era stato un incalzare di parole già udite mille volte, ma che a Giorgio non parevano fare più effetto. Come suo solito, la lasciò sbraitare, poi come se nulla fosse accaduto prima di ricevere la porta in faccia, con un self control da inglese purosangue, le disse: “Ci vediamo domattina alle otto in punto!”

SBAMMMM!

“Un altro colpo come questo e la porta se ne andrà da sola giù per le scale”, esclamò Anna a Giulia ancora ringhiante per la rabbia.

“Taci, deficiente e pensa ai fatti tuoi!”, poi smorzò il tono, rivolgendosi a Luca: “Scusami, quel ragazzo mi fa impazzire, prima o poi lo lascerò!”

“Lo dici tutte le volte, ma non lo fai mai”, le rispose, dandole un buffetto sulla guancia.

Giulia si ammansì di colpo, come se quel gesto fosse un loro rituale abituale, un codice segreto che solo loro potevano decifrare.

“E’ vero, Giulia. Perché non lo lasci se non lo sopporti?” domandò ancora Anna, interrompendo di proposito quello che immaginava fosse un momento magico.

Ormai aveva capito che fra Luca e sua sorella c’era sicuramente del tenero. Non si sarebbe spiegata quella marcia indietro appena Luca l’aveva sfiorata. Che fosse davvero il suo amante?

Oddio, che figata, si disse Anna, e che gran zoccola è mia sorella! Potrei minacciarla di dire tutto a Maura, se non mi lascia in pace.

Con la coda dell’occhio Anna si accorse del mal rovescio che stava per colpirla, bloccato in tempo dalla mano di Luca.

Che carino, mi ha salvato di nuovo…

“Dai, smettila, Giulia, ora sei tu che ti stai comportando come una ragazzina! Sei troppo nervosa. Lo so che sei preoccupata per quest’audizione, ma ti assicuro che andrà tutto bene e poi cerca di darti una calmata anche con Giorgio! Poveraccio, non puoi massacrarlo per ogni sciocchezza. Ci serve, senza di lui siamo finiti veramente. Vuoi che questa band si sfasci prima ancora di sfondare? La sostituta di Maura c’è, ma non mi chiedere l’impossibile. Rimpiazzare Giorgio in questo momento non è pensabile. Dai, chiamalo sul cellulare e metti le cose a posto. Subito!”, ordinò Luca con un tono fermo.

Giulia lanciò un’occhiata ad Anna che pareva dirle: “Con te farò i conti dopo!”, poi prese il cellulare. Per parlare con Giorgio si era allontanata di qualche passo. Anna la vide trasformarsi: la testa confusa con il maglione e la voce melodiosa come una gattina.

Anche Luca sapeva come prenderla. L’unica cosa che Anna non riusciva a comprendere era la gelosia ossessiva di Giulia. In fondo aveva un fidanzato che trattava come un cencio e che invece di mandarla a quel paese, aspettava pazientemente che si calmasse, in più aveva pure un amante, o qualcosa di molto simile. Le due cose non andavano affatto d’accordo con la gelosia.

In un colpo solo, Giulia aveva tradito sia il suo fidanzato, che la sua migliore amica, eppure impazziva se qualcuno si avvicinava ai suoi affetti: persone o cose, quali fossero non faceva differenza. Un atteggiamento davvero insolito, ma contenta lei, contenti tutti, si convinse Anna. Non era il momento di distrarsi.

Stava accadendo tutto così in fretta. Era bello avere un amico su cui contare. Anna ora ne aveva addirittura due. Era consapevole che l’amicizia di Giorgio e Luca era dettata da un preciso interesse, ma ad Anna non importava: era insieme a loro, e tanto bastava.

In un modo o nell’altro aveva ottenuto quello che voleva. In fondo non era stato così difficile entrare nel mondo degli adulti. Ora le cose sarebbero davvero cambiate per lei.

Bella da morire di Patrizia Targani Iachino

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CAPITOLO 3

Ancora pioggia. Il sole sembrava essersi dimenticato di Genova, ma l’umore di Anna non se ne era curato. Non in quella settimana. Maura si era beccata una tale influenza da costringerla a letto. Il quartetto era in crisi, l’audizione sarebbe saltata se non fosse intervenuto Luca.

“Perché no?” lo aveva sentito domandare Anna a sua sorella il pomeriggio seguente.

“Ma stai scherzando? Che figura facciamo? Anna non conosce neppure una strofa e non sa cantare. No. Cerchiamo di rimandare l’audizione. Piuttosto canto da sola”, aveva sbraitato Giulia, chiudendo la porta della camera per non essere ascoltata.

Anna tenne a bada i suoi pensieri, ma non la propria curiosità, accostando l’orecchio alla porta per non perdersi neppure una battuta.

“Sai che non è possibile rimandare. Ho fatto i salti mortali per ottenere quest’audizione e Maura non si rimetterà in piedi entro domani. Perché non proviamo? Sono convinto che potrà sostenere il duetto. Magari scendiamo di un tono. Cosa ti costa? Cosa ne pensi, Giorgio?”, insisteva Luca.

Giorgio teneva molto a quell’audizione, e anche lui avrebbe fatto di tutto pur di non perdere l’occasione. Giulia continuava a sostenere la sua tesi, ma sempre più debolmente, fino a non sentirla più. Ad Anna sembrò quasi di vedere quel silenzio: forse Giorgio l’aveva abbracciata e per rabbonirla le aveva mordicchiato il lobo dell’orecchio. A quel gesto Giulia andava in brodo di giuggiole.

Anna aspettava, immersa nei suoi pensieri. Luca non l’aveva tradita, rivelando l’ora trascorsa insieme, ed ora stava cercando in tutti i modi di convincere Giulia ad accettarla nella band. Il cuore le batteva così forte da mettere una mano sul petto per attutirne il rumore. Luca si stava dando da fare per lei. Non le sembrava si fosse mai accorto di quanto fosse cresciuta in tre anni, ma evidentemente quel pomeriggio aveva cambiato le cose.

Era eccitata, Anna. Due ragazzi erano dalla sua parte. Nonostante fosse sempre stata cacciata da quella stanza, ora qualcuno stava cercando di convincere quell’arpia di sua sorella addirittura a cantare insieme a lei. Era sicuramente un momento che avrebbe fissato sul suo diario. In futuro avrebbe riletto quella pagina, ricordando l’inizio di una nuova vita.

Giulia ritornò a sbraitare, poi silenzio. Dio, quanto durava quel silenzio. Anna non sapeva cosa pensare: se sua sorella si fosse arresa di fronte alle pressioni dei ragazzi o se li avesse soffocati entrambi con un sacchetto di plastica in testa. Non riuscendo più a resistere, si era quasi decisa a entrare nella stanza proibita, ma si accorse in tempo che la maniglia della porta si stava abbassando. Si allontanò con un salto all’indietro, infilandosi nel bagno che separava la sua camera da quella di Giulia. Quella stanza bianca e rosa sembrava essere stata messa apposta per dividere due fronti perennemente in guerra, quasi fosse stata il terreno neutrale per entrambe. Ma di fatto non era così.

Neppure in quell’ambiente dai colori pacifici, profumato con essenze speziate, le due sorelle riuscivano ad andare d’accordo. Spesso il motivo di scontro iniziava proprio lì, fin dalla mattina. Giulia era la prima a occuparlo per un tempo che ad Anna sembrava infinito, sapendo che alle otto sarebbe dovuta essere seduta al suo banco e alla stessa ora sua sorella in uno studio radiofonico. Ogni giorno avveniva l’estenuante lotta per conquistare il posto prima dell’altra. Alla fine la spuntava sempre Giulia, così molto spesso Anna entrava in classe in ritardo, unica nota di demerito nel suo comportamento esemplare.

Giulia ora si trovava nel corridoio. Anna la sentiva respirare rumorosamente da dietro la porta. Sembrava ansimare. Avvicinò l’orecchio quanto più possibile. Se avesse spinto ancora, sarebbe passata dall’altra parte. Doveva esserci Giorgio con lei perché aveva sentito bisbigliare parole appena comprensibili: “Dai, non fare così”, e ancora, “Ci possono sentire… leva via quella mano”. Di sicuro aveva trovato il modo per calmare sua sorella.

Anna aprì il rubinetto, facendo scorrere l’acqua nel lavandino per far loro capire che era lì. Appena il tempo di sentire ancora una frase: “Sei pazzo, non ora!”, quando Giulia la chiamò con un tono quasi di rimprovero.

“Anna, cosa fai in bagno?”

“Che c’è? Mi sto lavando i capelli”, le rispose, mentendo.

“Devo parlarti!”

“Non puoi aspettare un attimo?”

“No, devo farlo ora. Dopo sarebbe troppo tardi… Potrei cambiare idea!”

Anna avvolse i capelli asciutti con un asciugamano per sostenere la bugia appena detta. Stava diventando un’abitudine quella di mentire.

“In che senso, potresti cambiare idea?”, rispose Anna, aprendo la porta con un’aria da finta tonta, ma si sorprese nel vedere Luca vicino a Giulia. Sgranò gli occhi, serrando le labbra a fessura. Dall’intimità delle frasi ascoltate dietro la porta, era certa ci fosse Giorgio con sua sorella. Cosa stava succedendo?

“Senti, Anna. Non ti montare la testa e soprattutto non mi saltare addosso. Non dare in escandescenze e promettimi che farai esattamente tutto quello che ti dirò senza prendere iniziative”, spiegò Giulia, mantenendo una distanza come avesse parlato ad un parente dietro le sbarre di una prigione.

“Ok, ok. Prometto. Ha tutta l’aria di essere una cosa importante. Che cosa vuoi dirmi?”

Anna a fatica trattenne l’entusiasmo, aspettando con ansia quello che da lì a breve sua sorella le avrebbe rivelato, sapendo che non era di certo quello che avrebbe voluto.

Luca la anticipò: “Sei dentro, Pepe!”

“Dentro dove?”, domandò Anna, con finto stupore.

“Sei nella band per l’audizione, ma solo per quel giorno. Sei contenta?”, le rispose Giulia alzando la voce stizzita, poi voltò le spalle di scatto, andando a sfogare la rabbia in camera sua.

Quella storia non l’era andata giù, ma aveva capito che se non avesse messo alla prova Anna, non ci sarebbe stata nessuna audizione. Era una situazione assurda: Giulia che chiedeva aiuto a sua sorella. Un rospo molto difficile da ingoiare.

Luca aveva sorriso soddisfatto.

Per un attimo Anna ripensò a quelle frasi bisbigliate da dietro la porta del bagno, e poi le apparve l’immagine di Giulia accanto a Luca. Lo fissò, oltrepassando lo stesso sguardo compiaciuto e improvvisamente le fu tutto chiaro: quei due avevano qualcosa da nascondere. Anna non poteva credere che Luca avesse usato un’arma come il sesso proprio con sua sorella, e con Giorgio a pochi passi per giunta. Era impazzito o era una storia di cui non se n’era ma accorta?

“Grazie”, gli riuscì a dire a bassa voce.

“Vieni, iniziamo subito. Non abbiamo molto tempo”.

Entrata nella camera proibita, Anna notò che Giorgio era alla consolle con le cuffie in testa. Le aveva tenute tutto il tempo? Anche quando il suo migliore amico stava palpeggiando la sua fidanzata? Probabilmente no, sperò Anna, ma in fondo cosa le importava? Erano affari loro o al massimo di Giorgio. Era un tipo impenetrabile, lui. Anna non aveva mai capito se gli fosse importato davvero qualcosa di sua sorella o no. Molto spesso litigavano, o meglio, era Giulia che litigava con lui. Giorgio incassava semplicemente i colpi, però poi sapeva sempre come prenderla. La lasciava sbollire e dopo iniziava a coccolarla, a mordicchiarle l’orecchio e a farla mugolare. Solitamente accadeva così. Come quella volta in occasione di un viaggio premio vinto da Giulia per un concorso canoro in cui avevano litigato violentemente perché Giorgio si era rifiutato d’accompagnarla. Al suo posto era andata Anna, e non certo perché Giulia l’avesse voluta con lei. Maura era impegnata e nonostante avesse chiesto a tutte le sue amiche, sua sorella non aveva trovato nessuno disponibile, neppure sua madre. Piuttosto che andare da sola e perdere il soggiorno a Montecarlo, Giulia fu costretta a partire con Anna. Quella fu la prima e unica occasione in cui le due sorelle trascorsero tre giorni insieme da sole, senza però che Giulia rivolgesse un fiato ad Anna. Di parole, in verità, ne aveva usate molte, ma tutte al cellulare, inveendo contro Giorgio, accusandolo di aver trovato una scusa per restare da solo in città. Giulia era gelosissima di tutto e di tutti, soprattutto di Katia, l’ex fidanzata di Giorgio. Era già accaduto in passato che si fosse accorta delle telefonate che Giorgio riceveva da lei di tanto in tanto e ogni volta Giulia andava su tutte le furie convinta non fosse una semplice amicizia, ma solo un subdolo modo per riconquistare il suo ex fidanzato.

Al ritorno del viaggio, Giorgio era andato a prendere le due sorelle con la Mercedes di suo padre. Il sedile posteriore era ricoperto da rose rosse. Giulia era basita. Lo aveva abbracciato avvinghiandosi a lui come un boa, continuando a darsi della stupida, lui le aveva iniziato a mordicchiarle l’orecchio ed Anna era tornata a casa con un taxi.

In fin dei conti a loro modo si amavano, ma quelle parole bisbigliate tra Giulia a Luca non avevano imbrogliato Anna, certa che stessero combinando qualcosa. Quel fatto non la riguardava, non la doveva riguardare. Per quanto fosse attratta dal loro atteggiamento ambiguo, Anna doveva concentrarsi sull’audizione, e pensare che quell’occasione avrebbe sicuramente aperto uno spiraglio nella teca della sua solitudine. La mente di Anna era già in viaggio verso la fantasia più sfrenata, immaginandosi su un palco di fronte a milioni di spettatori mentre Giulia le era ancora di fronte, aspettando il suo assenso.

Caricata dal breve sogno, Anna rientrò in sé, convinta che sarebbe stato tutto perfetto.

“Vedrai che non ti pentirai di me. Conosco la canzone e non ti farò sfigurare, stanne certa!” le rispose con tutto l’entusiasmo che possedeva.

“Conosci la canzone?”, Giulia la guardò con un’aria pericolosamente incredula.

“L’avete cantata migliaia di volte. Non sono mica così stupida”, persuase Anna.

“Lo spero per te, altrimenti ti uccido”, le sibilò Giulia con astio.

Era evidente che le era stato strappato il consenso. Giorgio aveva saputo come rabbonirla e, per quel che era parso ad Anna, anche Luca non era stato da meno. Chissà se Maura aveva mai sospettato qualcosa? Chissà, poi, se effettivamente c’era stato qualcosa? Forse Anna avrebbe dovuto chiederlo a Luca, ma non le sembrava una mossa astuta, non proprio nel momento in cui aveva parteggiato per lei. Avrebbe rovinato tutto. Luca si sarebbe arrabbiato, tacciandola come una piccola serpe irriconoscente e avrebbe perso un amico, l’unico amico. Anna decise di rimanere muta come un pesce. Probabilmente aveva solo frainteso. Non era il caso di preoccuparsene, e poi, come ormai si ripeteva da un po’, non erano affari suoi.

In fondo, Anna era solo una ragazzina con molta fantasia e tanto tempo da dedicare a qualcosa che la distraesse dalla noia. Niente di più.

Bella da morire – Capitolo 2

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CAPITOLO 2

Un pomeriggio piovoso, uno dei tanti che sembravano essersi radunati tutti insieme in quell’inverno particolarmente lungo e noioso, Luca si era presentato alla porta. Anna era appena uscita dalla doccia. Sua madre era con Giulia a far shopping. La casa era vuota come ogni sabato. Ancora un intero fine settimana da trascorrere per lei, svolgendo sempre le stesse cose: studiare e copiare in bella copia i compiti, un’abitudine ossessiva dei tempi delle medie dalla quale non riusciva a staccarsi. Sfogliare il quaderno e vedere la sua scrittura perfettamente alineata senza sbavature, la dava una maggiore sicurezza. Il tempo rimanente lo dedicava ad aggiornare il suo diario. Ne aveva consumati parecchi, Anna, riempiendo gran parte della libreria e il vuoto che la circondava. Conservavano i suoi pensieri più intimi, diverse poesie e le tante lacrime che non avevano mai trovato una spalla dove cadere. In quel periodo, forse contagiata dalla musica che sentiva provenire dalla camera di Giulia, aveva provato a scrivere dei testi per delle canzoni, ma non le sembravano fossero un gran che. Forse Luca sarebbe stato in grado di valutarli e magari proporli alla band, dandole l’occasione di farne ufficialmente parte. Un’aspirazione tanto ambiziosa, quanto segreta. Un altro modo per essere comunque accettata da qualcuno.

Il trillo della porta aveva continuato a suonare insistentemente. Anna non aspettava nessuno. Si stupì. Racchiusa come in un bozzolo nell’accappatoio e con un asciugamano in testa a mo’ di turbante, andò a vedere dallo spioncino. Era Luca, un amico.

“Ciao, Pepe”, così la chiamava affettuosamente, “Giulia è in camera?” le chiese, dandole un buffetto sulla guancia.

“Ciao, Luca. No, non c’è nessuno. Non te l’ha detto? Ha accompagnato la mamma in centro”.

“Accidenti, eravamo d’accordo per vederci e provare il testo”.

“Se ne sarà dimenticata, prova a chiamarla sul cellulare”.

“Lo sto già facendo. Può darsi abbia finito”.

“Non credo proprio. Mia madre deve scegliere un vestito per il matrimonio di una sua collega d’ufficio. E’ la testimone. Non penso sarà una cosa facile”.

“Ma non poteva andare da sola?”

“Come si vede che non conosci ancora le donne. Quando si tratta di shopping quelle due sono appiccicate come una vongola e non ritornano a casa finché non hanno trovato esattamente quello che si erano messe in testa”.

“Questa non ci voleva. Il cd inviato alla Disco Player è stato accettato e, grazie alle conoscenze di mio padre, sono riuscito a ottenere un’audizione. Mancano solo due giorni. Giulia sapeva che avevamo pochissimo tempo. Non possiamo perdere neppure un’ora, figuriamoci un giorno”.

Anna alzò le spalle, pensando che sua sorella fosse davvero una irresponsabile. Lei di certo non si sarebbe mai comportata così.

“Pronto, Giulia, ma dove diavolo sei?”, sentì dire da Luca. Il suo tono era alterato, stupito, allarmato.

“Sono a casa tua, dove dovresti esserci anche tu. Ti sei dimenticata che abbiamo un provino? Ho capito, ma sarà più importante la nostra audizione o il vestito di tua madre? Fra quanto vieni? Allora avverto gli altri? D’accordo, chiama Giorgio, ma non fare tardi, mi raccomando. E’ importante, può essere la nostra occasione. Ok, a dopo”. Luca chiuse la telefonata con un gesto di stizza. Non ci voleva proprio un ritardo del genere.

“Che cosa ha detto?”, chiese Anna. Era davvero curiosa di sapere cosa aveva risposto quell’incosciente di sua sorella.

“Stanno provando. Verrà per le 18.00. Scusa un attimo, chiamo Maura per dirle di venire più tardi”.

“Ok, fa’ pure, intanto vado a cambiarmi. Comincio ad avere un po’ freddo”.

“Certo, anzi scusa per questo inconveniente. Me ne vado via subito…”

“Ma no, è lo stesso. Sono già le cinque. Faccio in un attimo. Resta pure, tanto per ritornare più tardi. Ormai sei qui, puoi provare anche da solo mentre aspetti Giulia e gli altri. Sai dove mettere le mani, io starò buona buona in camera mia senza darti fastidio”.

“Nessun fastidio, anzi…”

Anna ebbe un attimo di esitazione. Una frazione di secondi che le sembrarono eterni, ma sufficienti per accorgersi che l’accappatoio si era allentato, rivelando una parte di pelle ancora umida. Si accorse che gli occhi di Luca erano scivolati verso il basso, stretti a fesssura come uno strano sorriso. Seguì quello sguardo, accorgendosi che il suo seno destro era in parte scoperto. Rossa paonazza per la vergogna, Anna scappò in camera sua senza dire una parola, stringendosi l’accappatoio fino al collo, con lo stomaco che frullava come impazzito.

Ricomparve dopo cinque minuti, il tempo d’indossare i suoi jeans preferiti e un maglione a collo alto azzurro con i capelli ancora umidi. Uscì dalla sua stanza, dirigendosi in quella di Giulia, certa di trovare Luca. Striscò lungo il muro del corridoio, poggiando appena le punte dei piedi sul pavimento con le movenze di un gatto. La porta era semiaperta. Arrivata allo stipite, si fermò, il tempo di rallentare il ritmo del cuore. Poi allungò il capo, con l’intento di dare solo una sbirciatina, senza farsi notare.

Si chiese perché mai si stesse comportando in quel modo e perché il cuore continuava a batterle così forte: era solo Luca, il fidanzato di Maura.

“Che sciocca”, disse sottovoce, convinta d’aver solo pensato quella frase.

Luca era alle sue spalle.

“Perché?”

La sua voce la fece sobbalzare per lo spavento.

“Perché, cosa?” rispose Anna, voltandosi di scatto.

“Perché dovresti essere sciocca?”.

Il tono di Luca sembrava diverso, leggermente più basso del solito. Anna rispose con una scusa, la più stupida avesse mai inventato fino allora.

“Credevo fossi andato via. Mi era sembrato di sentire un rumore nella camera di Giulia. Ho pensato ci fossero dei ladri in casa”.

“E’ per questo che stavi strisciando lungo il muro? Cosa avresti voluto fare, coglierli sul fatto ,puntare il dito a mo’ di pistola e urlare: mani in alto, altrimenti sparo?”

Luca iniziò a ridere, immaginandosi la scena. Anna non era dello stesso parere. Si era sentita stupida. Odiava essere presa in giro, e odiava essere stupida. Un coltello di rabbia s’infilò nello stomaco, ma afferrò il manico e lo tirò fuori con forza, sbottando:

“Allora mi hai visto? Avresti potuto avvertirmi, invece di farmi morire di paura!”

“E perdermi uno spettacolo del genere? Dai, vieni. Perché non andiamo a provare la canzone? Io suono e tu canti”.

Anna non poteva credere a quello che Luca le aveva appena detto. In un attimo la rabbia sparì, lasciando spazio a un sogno. Lei cantare la loro canzone? Se lo fosse venuta a sapere Giulia, l’avrebbe ammazzata. Sua sorella era gelosissima della sua camera, come dei suoi amici e non perdeva l’occasione di minacciarla ogni volta che Anna si avvicinava alla zona proibita. Il motivo era quello di sempre: la gelosia. Il perché lo fosse in modo così paranoico, non era ancora riuscita a saperlo. Prima o poi lo avrebbe scoperto.

Pensò, Anna. Riflettè a lungo prima di dare a Luca una risposta. Era spaventata al pensiero di cosa le sarebbe accaduto se sua sorella fosse venuta a sapere che non solo era entrata nella sua camera, ma che aveva addirittura cantato il loro pezzo.

L’orologio appeso alla parete segnava dieci minuti dopo le diciassette: Anna avrebbe avuto ancora un po’ di tempo prima dell’arrivo di Giulia. Perché non approfittarne?

“Ok, ma non te la prendere con me se te la rovino!”, si azzardò a dire in un fiato.

“Lascia giudicare a me. E poi, come passiamo quest’ora? Hai un’altra idea?”

Guardandolo Anna pensò di sì, ma fu ben attenta che quel pensiero non si manifestasse.

Quell’ora trascorse in fretta, tra musica, risate e qualche stonatura, pur di arrivare alle stesse tonalità di Giulia. Anna si era divertita come mai le era accaduto in passato. Anche Luca le era sembrato particolarmente coinvolto, sciogliendole ogni tensione e ansietà. Giulia era lontana e lei era con Luca. Sembrava tutto un sogno, piccolo in verità, ma era quello di cui Anna aveva bisogno in quel momento. Aveva trovato un buon amico.

Accorgendosi del rumore di una chiave nella serratura, Anna si allontanò immediatamente dalla camera di Giulia, raggiungendo la sua. Sarebbe stata colpita dalle sue urla, se sua sorella l’avesse trovata da sola con Luca e per di più nella sua camera. Controllando che tutto fosse a posto, Anna si sedette alla scrivania, aprendo un libro qualsiasi. Restò a fissare le pagine in compagnia di uno strano sorriso compiaciuto, ripetendo mentalmente la frase che Luca le aveva sussurrato un momento prima d’allontanarsi in tutta fretta: “Grazie, sono stato proprio bene con te”.

Il vociare eccitato di sua madre le era arrivato alle orecchie, distraendola da quella sensazione: “Anna, sono a casa. Vieni a vedere cosa ho comprato. Giulia ha detto che mi sta benissimo. Anna, dove sei?”

“Arrivo, mamma. Stavo studiando”, rispose Anna, mentendo.

Nello stesso tempo avvertì sua sorella che Luca era appena entrato e che lo stava aspettando in camera, sperando che lui l’avesse sentita per reggere la piccola bugia.

“Ciao, Luca, quando sei arrivato? E Maura?” gli chiese Giulia già in allarme.

“Appena un secondo prima di te”, l’aveva tranquillizzata, Luca. “Maura ci raggiungerà fra pochi minuti. Sei stata di parola”.

“Ti avevo detto di non preoccuparti”. Giulia aveva già cambiato espressione. “Allora? Iniziamo, mentre aspettiamo gli altri?”

Luca aveva coperto Anna. Anche lui conosceva bene Giulia. Più di una volta aveva assistito alle sue scenate di gelosia. Se li avesse trovati insieme nella sua camera, sarebbe scoppiata una lite furibonda. Non era il caso di scatenare un attacco isterico in quel momento. C’era l’audizione. Inutile perdere tempo prezioso.

Sollevata, Anna raggiunse la mamma in camera. Stava sistemando sul letto i suoi acquisti. La luce che aveva negli occhi, la faceva apparire come una ragazzina.

“Guarda questa”, esclamò Dalila, tenendo tra le mani una giacca a fiori arancio e fucsia, “non è un amore? Ho pensato che un po’ di colore al viso mi avrebbe ringiovanita”.

“Mamma, tu sei giovane. Hai solo quarantacinque anni, sembri mia sorella. Magari arrivare alla tua età come te!”

“Ehi, piccola… alla tua età”, rispose sua madre, facendole il verso, “non sono così vecchia!”

“E’ quello che ti sto dicendo. Posso farti una domanda, mamma?” le chiese Anna, cambiando argomento.

“Certo”.

“Perché non ti sei mai risposata?”

“Ma che domanda mi fai?”, rispose, sfilando i pantaloni di jersey neri e il golf di caschemire panna.

Anna la guardava ammirata e le sembrò di vederla per la prima volta. Era bella, sua madre. Il corpo era ancora tonico e le gambe slanciate non mostravano alcun segno di cedimento o cellulite. Sarebbe stata come lei alla sua età? Dalila aprì l’anta dell’armadio per riporre gli abiti smessi, lo specchio all’interno rivelò la figura intera. Anna le si avvicinò, mettendosi spalla a spalla. Erano alte uguali. Accostò il viso a quello di sua madre e con una mano raccolse i capelli, imitandone l’acconciatura.

“Guarda, mamma. Sembriamo due gemelle!”

“Ma dai, stupidotta! Non è un bel complimento per te”, e così dicendo le diede una pacca sul sedere, un gesto affettuoso che aveva sempre usato quando era imbarazzata.

“Sul serio, mamma, perché non ti fai un fidanzato? Non sei stanca d’essere sempre sola?” aveva insistito Anna.

“Ma non sono sola, ci siete voi, e soprattutto tu”. Lo sguardo di sua madre si era tinto di un falso entusiasmo, per nulla convincente. Non era stato facile per lei separarsi da chi aveva amato fin da ragazzina. Cacciò via il pensiero come una mosca fastidiosa e fece finta di nulla. Forse era riuscita a ingannare sua figlia.

Dopo aver indossato il tailleur, Dalila si allontanò dallo specchio di qualche passo, controllando il risultato. Sembrava una modella. La figura snella si voltava da un lato e dall’altro, alla ricerca di qualche difetto, del tutto inesistente. Anna riconobbe quei movimenti: erano gli stessi che usava quando era piccola, giocando con i vestiti della mamma.

Il suo armadio era sempre stato il suo giocattolo preferito. Si divertiva, Anna. Da sola, come sempre, affondava sogni e fantasie tra quei vestiti, vivendo ciò che ancora non le era permesso. Arrotolava in vita le gonne, scegliendo scarpe e borse da abbinare, imitando la mamma in situazioni sempre diverse: Anna in ufficio, Anna a una cena elegante, Anna con le amiche a fare shopping. Così facendo, riusciva a cancellare la solitudine che la annientava e a colorare la sua vita con la fantasia.

Era Anna o Dalila?

“Che dici? Mi sta bene?”

“Sei bellissima, farai un figurone!” esclamò Anna, trovandola semplicemente perfetta.

“Tu, piuttosto, ce l’hai un fidanzatino?” rimandò sua madre, deviando la risposta della figlia.

“Chi? Io?”

Anna non aveva amiche, figuriamoci un ragazzo. Non sapeva neppure come o dove trovare quel fantomatico ragazzo. I compagni di classe sembravano dei bambini viziati, e soprattutto stupidi. Troppo stupidi per lei. Stavano sempre a ronzare attorno a quelle che facevano le gattine in amore. Una volta uno di loro ci aveva provato anche con lei. Si era sentita molto sciocca quando si accorse d’essere caduta nella rete. Un episodio che ancora le faceva male ricordare.

Era in prima media, si era presa una bella cotta per un ragazzino che somigliava a Tom Cruise. Una faccia aperta, quella di Alessandro, una di quelle che ispirano simpatia al primo sguardo. Aveva lo stesso ciuffo che gli cadeva sempre sugli occhi e l’identico sorriso accattivante stampato in viso che aveva conquistato anche tutte le altre compagne. Erano tutte innamorate di lui, persino le loro mamme. Alessandro lo sapeva e se ne approfittava, accapparrando la loro fiducia a colpi di sorrisi educati, ottenendo in cambio appuntamenti ogni giorno con ragazze diverse.

Anna aveva il banco accanto il suo, ma era troppo timida per parlargli con la stessa disinvoltura delle altre compagne. In più si sentiva arrossire ogni volta che incontrava di sfuggita quegli occhi verde menta, proprio come quelli di suo padre. La paura che lui se ne accorgesse, la obbligava a chinare la testa sui libri, per poi osservarlo di nascosto. Un timore infondato, per la verità: Alessandro fino ad allora non l’aveva mai degnata di uno sguardo. Alcontrario di Anna, non era uno studente modello, aveva diverse lacune in molte materie e quello era l’ultimo anno delle medie, doveva recuperare il tempo perduto dietro alle ragazze prima dell’esame finale.

Verso la fine del terzo trimestre, come se si fosse improvvisamente accorto della sua presenza, Alessandro aveva iniziato a scriverle frasi carine sul suo diario e ad infilarle messaggini tra i libri, ai quale però Anna non aveva mai osato rispondere, finché un giorno la prese da parte e sfiorandole la mano, le disse:

“Senti, sei libera domani pomeriggio? Vuoi venire a studiare a casa mia? Avrai capito che mi piaci, no?”

Le emozioni che Anna provò a quella raffica di domande erano difficili da contenere: imbarazzo, timore, ansia, ma soprattutto gioia. Un ragazzino, il più bello della classe, le aveva dato un appuntamento. Il primo di quello che Anna sperava fosse di una lunga serie. Probabilmente le avrebbe chiesto di diventare la sua ragazza e avrebbe trascorso con lui ogni minuto dei suoi interminabili pomeriggi. Sarebbero cresciuti insieme, avrebbero vissuto momenti felici e le sue compagne l’avrebbero invidiata. Sì, decisamente quell’appuntamento era molto importante per Anna. Forse lavorava troppo di fantasia, ma sentiva che qualcosa stava cambiando, che finalmente non sarebbe stata più sola. Ma quando, eccitata per l’evento, si recò da lui, Anna rimase senza parole di fronte alla sua richiesta. Alessandro, con quello sguardo innocente che l’aveva fatta innamorare, le aveva presentato la sua amichetta di turno, un tipetto odioso, falsa come il colore biondo platino dei suoi capelli, chiedendole se poteva svolgere i compiti di matematica per loro, dato che era così brava. Aveva obbedito, Anna, trattenendo le lacrime insieme alla rabbia, remissiva e delusa per essere stata ingannata.

Da allora promise a se stessa che non si sarebbe più fidata di nessuno, concentrandosi solo nello studio, invece di pensare a simili sciocchezze. Lo sconforto che aveva provato, l’aveva messa in guardia, obbligandola a controllare i suoi sentimenti in ogni momento. Le bastò quella delusione per non fidarsi più di alcun ragazzo. In fondo era quello che sua madre diceva sempre: mai fidarsi degli uomini. Sono tutti uguali. Per questo Anna non credeva più alla storia del principe azzurro o ai colpi di fulmine. Eppure, avrebbe tanto voluto dire a qualcuno ti voglio bene, ma non aveva mai trovato nessuno disposto a risponderle: anch’io. Erano trascorsi una paio d’anni da quell’episodio, ma ogni volta che il pensiero disobbediva al suo controllo, una punta di dolore affilata come un coltello s’infilzava nello stomaco, provocandole nausea e lacrime di rabbia.

Quell’ora trascorsa con Luca le aveva confuso le idee. Continuavano a venirle in mente le sue parole: sono stato proprio bene con te. Non gliele aveva mai dette nessuno. Al solo ricordo, aveva sentito salire e scendere nello stomaco una specie di ascensore impazzito.

Era così sicura che fosse solo un amico?

I pensieri si dissolsero. Il tempo dei ricordi era terminato, finalmente. Nessuno aveva visto le sue stesse immagini. I ricordi come il dolore, sono solo tuoi. Sua madre era ancora lì ad attendere la risposta, ma non si accorse del tempo trascorso. Era solo una manciata di secondi. Molto accade nella mente in quella frazione di tempo.

“No, non ho nessuno, proprio come te, mamma!”

 

Bella da morire – romanzo in itinere

C’era un tempo in cui scrivevo. Scrivevo molto. Mi svegliavo di notte all’improvviso per scrivere, tanto era impellente il bisogno di farlo. Mi divertivo a dire: “Mi scappa da scrivere”, e correvo a rifugiarmi nelle parole, nelle storie, nei tormenti più oscuri, ma pure liberatori dell’anima che solo scrivendo sono riuscita a guardare in faccia. Un confronto, una sfida, un voler analizzare ciò che la vita è nella sua più cruda realtà. Storie rubate alla vita stessa che altro non è che verità travestita da fantasia. Chi può dire dove inizia l’una e finisce l’altra? La bellezza della scrittura è proprio in questa risposta. Solo l’autore sa dove se stesso entra ed esce dai personaggi, condisce il romanzo con fatti ed esperienze realmente vissute con altre rubate alla vita altrui. Il divertimento non è solo nella stesura del romanzo e giungere alla parola “fine”. Quella, in verità, è un’enorme fatica. Non basta scrivere. Bisogna saperlo fare. Occorre che la storia abbia un senso logico, sia accattivante, scritto in un italiano corretto (non datelo per scontato, molto spesso non lo è affatto), abbia un contenuto di interesse pubblico e sia quindi un prodotto commerciabile. Se non ci sono almeno questi requisiti è inutile pensare di proporre il proprio lavoro a una casa editrice seria. Sapendo le difficoltà per un esordiente ad essere anche solo semplicemente letto da un agente letterario ed essendo troppo poco competitiva per voler emergere a tutti i costi, ho abbandonato da un bel po’ il mondo della scrittura, almeno quell’ambizione di essere pubblicata, continuando a scrivere solo per mio piacere. E qui inizia il mio vero divertimento di cui accennavo prima: cosa penseranno i lettori dopo aver letto il mio romanzo?Chi mi conosce personalmente penserà di trovare molto, se non tutto di me in ogni capitolo, commentando fra sé e sé su quanto ho fatto vivere al mio personaggio.”E’ lei, non è lei?..” Sorrido e lascio che gli altri pensino ciò che vogliono. Contraddirli mi rovinerebbe il divertimento.

Nel romanzo inedito precedente a questo, dal titolo “L’ultimo Tuareg”, ho fatto percorrere alla protagonista un viaggio in Marocco, descrivendo ogni particolare. Dopo aver fatto leggere il tomo a un impavido amico, mi sono sentita dire, oltre ai complimenti, che si capiva perfettamente che avevo fatto lo stesso viaggio,avendolo percorso lui stesso. Ne era talmente convinto che non ho osato contraddirlo. In realtà sono stata sì in Marocco, ma avevo credo quattordici anni e ben poco mi ricordo di quanto ho visitato allora. L’intero itinerario e le descrizioni dettagliate erano frutto di una mia ricerca, aiutata da Mister Google e dalle immagini del percorso. Ecco, l’ho detto. Non l’ho fatto davanti a lui, ma dentro di me ho riso molto. Penso che questo sia il miglior complimento ricevuto da un accanito lettore.

Tutta questa lunga pappardella è per far capire che, almeno per me, scrivere è vivere altre vite, esattamente come gli attori quando recitano in teatro. L’handicap è che per tessere parole e partorire un buon risultato, occorre molto tempo. Prima non ne avevo. Ora forse sì, e quindi ricomincio o riprendo da dove avevo interrotto.

Dubito che qualcuno abbia l’ardire di continuare nella lettura, lo so, sono un filo prolissa, ma questa sono io. E questo è il nuovo “viaggio”, un’altra delle mie “vite”.

Grazie a tutti per la pazienza! Pat

BELLA DA MORIRE

di

PATRIZIA TARGANI IACHINO

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La verità assoluta è che “l’Io” è perfetto e completo; il vero “Io” è spirituale e quindi non può mai essere meno che perfetto; non può mai soffrire di mancanze, limitazioni o malattie.”

Charles Haanel (1866-1949)

PROLOGO

Sparire, vorrei sparire nel nulla. Specchiarmi in un lago e non vedermi riflessa. Inghiottita nei cerchi di una pietra scagliata contro una distesa d’acqua che si tocca, ma nessuno prende. Immersa nel bagliore di un arcobaleno inesistente e trasparente come me.

Non sono perfetta, non ancora. Vedo riflessa la mia immagine nello specchio. Osservo questa pelle che straripa dal mio corpo, come un fiume dagli argini.

Vorrei essere bella ma non ci riesco. Vorrei essere amata ma nessuno mi vuole bene. Bene: che strana parola. Quanti significati diversi le si possono dare, e ognuno ha il proprio.

“Non sta bene!” mi diceva mia madre, insegnandomi le regole della vita.

“Non sta bene”, rispondeva a chi le domandava come mi sentissi.

“Mi vuoi bene?” mi chiedeva quando ero piccola.

“E tu, me ne vuoi?” le rimandavo senza risponderle.

Mi guardo e non mi vedo. Mi ascolto, ma non mi sento. Vuoto, solo il vuoto dentro di me. Precipizio del nulla, abisso del niente. Sospesa nell’ibrido spazio, tento un appiglio, ma il vuoto mi afferra la mano, sbattendomela sul viso. Reagisci, muoviti, svegliati, mi urla ma ho i sensi intorpiditi, legati dall’incomprensibile, dall’inaccettabile. E allora mi lascio cullare da questo vuoto, mio solo compagno, mio solo amico. Mi consola quel niente che non dà, ma che neppure prende.

Troppo ho dato, rubando in cambio tutta me stessa. Ho il cuore liquefatto, non ho più niente. Solo il vuoto riempie la mia solitudine. Fantasma del mio passato, fluttuo in un mondo che non mi appartiene, guardo chi non merita il mio amore, bacio chi mi ha disprezzato al punto di annullarmi.

E allora non soffro. Non più.

Allibita osservo il mondo scorrere. Ciò che ho amato e protetto mi oltrepassa e se ne va incurante della devastazione che ha lasciato dietro di sé. Mi guardo allo specchio: sono certa, mi ritroverò, ma quel nero riflesso mi trascina nel vuoto per lasciarmi lì, sola ad affogare tra le mie lacrime, a sporcarmi con il suo male, in quel silenzio che rimbomba come un tuono. Non me ne sono accorta, non volevo accorgermene, e ora non so più cosa fare.

Gambe di piombo, cuore sbriciolato, la testa pulsa ma non pensa, non le conviene, potrebbe sgretolarsi, impazzire e vagare come un barbone alla ricerca di una pietà che nessuno vuole offrire.

Meteora di un mondo che non conosco, sarò costretta a vivere, o a sopravvivere, aspettando che il tempo mi permetta di dimenticare: regalo illusorio che nutre quel poco di me che ancora resiste.

CAPITOLO 1

“Vuoi smetterla d’infilarti sempre dappertutto?”

Era la voce di Giulia e il tono era quello sgradevole di sempre che usava solo con sua sorella minore. I sette anni che le dividevano sembravano darle un potere assoluto, per quanto incomprensibile ad Anna.

“Va bene, va bene, non capisco perché mi devi trattare in questo modo”, le aveva risposto sbuffando, pur sapendo che, per quanto si fosse dimostrata gentile nei confronti di Giulia, sarebbe stata puntualmente cacciata via come una pulce fastidiosa.

Non perdeva mai l’occasione di farle notare che era solo una bambinetta col corpo di un’adulta. Una delle tante colpe di cui Anna si sentiva accusare sempre più spesso. Prima fra tutte, l’avere sedici anni e dimostrarne venti. Era forse una colpa? No. Non per Anna. Ma quel vestito tanto vistoso, cucitole addosso in uno spazio tanto breve, le aveva creato una forma di disagio che non sapeva come gestire. Da bambina che era, in un paio d’anni si era ritrovata come le Barbie con le quali giocava fino a poco tempo prima, raccogliendo un’incomprensibile ostilità e tanta solitudine, come un mazzo di fiori essiccati dal vento. Nessuno poteva immaginare come potesse sentirsi Anna: un’adolescente in un corpo già adulto, armoniosamente bello. Troppo ingombrante per una ragazzina. Troppo appariscente anche per le sue amiche che, per invidia o gelosia, l’avevano rapidamente isolata dal gruppo. A un’età dove la maggioranza delle ragazze sono ricoperte di brufoli e il corpo è ancora un triste abbozzo informe, l’essere già una farfalla era stato per Anna come ricevere un pugno allo stomaco. Ma come poteva sottrarsi alla sua bellezza? L’unico rimedio fu il nascondersi, rifugiandosi tra le pieghe della sua casa, tra gli odori confortanti della sua camera, sognando ad occhi aperti nel silenzio dei suoi pensieri.

Nonostante fosse stata una ragazzina estroversa, di fatto, Anna era molto sola. Frequentava con profitto il quinto ginnasio al Doria, e quelle che avrebbero dovuto essere le sue amiche erano soltanto semplici compagne di scuola. Per ragioni che allora non riusciva a spiegarsi, dopo qualche fugace chiacchierata scolastica, era sempre lasciata in disparte.

Durante le medie, Anna era stata invitata a una sola festa di compleanno. Era bastato il successo ricevuto dagli sguardi ammirati e un po’ provoloni dei ragazzini, neo-fidanzatini delle sue neo-amiche, per averla segnata ingiustamente come una “ruba-ragazzi”. Fu sufficiente. E di colpo si ritrovò emarginata da un rapido, quanto perfido passaparola assolutamente privo di verità.

Era bella, Anna. E brava. La migliore a scuola. Piaceva alle madri delle sue compagne e piaceva alle insegnanti che non esitavano a prenderla a modello, creando un motivo in più per renderla antipatica.

“Ragazze, smettetela di litigare!” aveva esordito sua madre, tentando ogni volta di ripristinare la tregua tra figlie.

Dalila era una donna ancora giovane ma sola, come sua figlia. Bella come lei. Di una bellezza alla quale non era stato possibile fuggire, ma che non le era servita a trattenere chi aveva amato. Separata da diversi anni, Dalila aveva fatto della sua bellezza un’arma contro il vuoto. Anna non ricordava di averla mai vista versare una lacrima, né con il trucco sfatto. Ai suoi occhi era perfetta in ogni momento della giornata. Adorava quel suo taglio di capelli biondo cenere sempre alla moda, illuminato da piccole meches dorate. Il ciuffo, poi, che le ricadeva spesso sul lato destro del viso, coprendole il castano ramato degli occhi, le dava un’aria sbarazzina. Il fisico asciutto e slanciato completavano l’immagine della perfezione alla quale si ispirava Anna.

Era un piacere per lei osservare la madre la mattina quando si truccava. Seduta su uno sgabello posto nell’angolo del bagno, s’incantava a seguire i movimenti rapidi e precisi. Erano sufficienti una riga d’eleyner nero e un tocco d’ombretto verde prato sulle palpebre per renderle brillanti gli occhi e farli sembrare chiari quanto i suoi. La invidiava molto ma, forse, con qualche difetto le sarebbe sembrata più umana. La sua perfezione l’attraeva e al contempo la impauriva, ma Anna sapeva che quella era la forza di sua madre, e che un giorno sarebbe stata anche la sua.

“E’ colpa sua, è lei che non mi vuole”, aveva tentato Anna di giustificarsi, “da quando ha formato la sua band mi sbatte sempre la porta in faccia. Non è giusto, potessi almeno avere un cucciolo, invece niente. Sono sola come un cane!”, aveva protestato con il tono di voce più pietoso possibile.

“Ne abbiamo già parlato mille volte, Anna: niente cani in casa, danno un sacco di problemi e poi me ne dovrei occupare io”, aveva risposto sua madre sbuffando.

“Non è vero, sai che non sarebbe così!”, aveva cercato ancora d’insistere, convinta che la presenza di un animale l’avrebbe fatta sentire meno sola.

Quando il tempo lo permetteva, dall’attico in cui abitava nel cuore di Genova, Anna si sedeva sul dondolo in terrazza, allungava lo sguardo fino a sfiorare il mare come un gabbiano, estraniandosi dal mondo reale. Di fronte a lei si apriva un ventaglio naturale che comprendeva il Fasce, il promontorio di Portofino fino alla Foce. Amava quel panorama, trovando spesso l’ispirazione per scrivere e studiare: le due sole compagne delle sue lunghe giornate di quel periodo. Il resto della casa era come una conchiglia vuota. La sorella, prima di mettersi in testa di diventare famosa, lavorava come speaker in una radio locale, mentre sua madre svolgeva il ruolo di segretaria in un’azienda di mobili a Serraricò. Data la distanza non rientrava mai per pranzo e quando Anna tornava da scuola doveva arrangiarsi da sola, e tale fino a sera.

Avere un cane da accudire sarebbe stato perfetto.

Li aveva sempre amati, a prescindere dalla razza o dalla taglia. Fin da piccola Anna aveva desiderato talmente un cane, tanto da volerne assumere persino le sembianze. All’età di dieci, dodici anni, pettinava i capelli dividendoli in due grosse code ai lati del capo, così da somigliare a un cocker, ultimando le frasi con lunghi latrati, imitati alla perfezione e senza neppure tanta fatica. Più che altro era un mezzo per impietosire la mamma e tentare di convincerla a prendere un cane ma, nonostante le modulazioni variopinte e compassionevoli dei suoi latrati, Anna non era riuscita ad ottenere altro che un sorriso divertito o una fetta di salame presa al volo.

Imitare a perfezione i comportamenti delle più disparate razze canina era diventato per Anna un chiodo fisso. Non era raro trovarla camminare carponi lungo il corridoio e “scodinzolare” incrociando la mamma o Giulia, che ormai parevano indifferenti alle sue stranezze. Quando poi una di loro, intenerita dalla sua posizione di “cucciola” le allungava una carezza sul capo, iniziava a uggiolare felice, cercando di dimostrare la sua riconoscenza agitando il fondoschiena proprio come avesse una coda.

Abituate a questo gioco, nessuno faceva più caso a quella bambina con i codini che digrignava i denti di fronte a una bistecca al sangue.

La sera, poi, soprattutto durante la stagione estiva, quando la luna illuminava con la sua luce fredda il mare e i suoi raggi accarezzavano colline e i tetti delle case, Anna aveva l’abitudine di lasciarsi bagnare da quel suo romantico bagliore e d’innalzarle il suo ululato della buonanotte, stimolando la risposta d’ogni cane nei paraggi. Nel giro di poco, si alzava al cielo una serie d’abbaiate vere e finte che balzavano da un balcone all’altro, coinvolgendo nel coro qualunque tipo di quattro zampe del quartiere. Dopo mezz’ora di ululate, ogni padrone, stanco da tanta “cagnara”, richiamava il proprio botolo in casa, trascinandolo per il collare, mentre ancora fuoriusciva un’ultima strozzata abbaiata come a dire: “Ne riparliamo domani, se solo riesco a capire chi sei!”

Così faceva anche Dalila, tirando per un braccio la figlia, intimandole di smetterla, mentre Anna rispondeva ancora ai suoi rivali: “ Prova a capire chi sono, marameo!”. Nonostante queste scene compassionevoli al limite della normalità, sua madre era sempre stata irremovibile: “Niente cani in casa, ci sei già tu”.

Compiuti i sedici anni, Anna aveva già smesso da un pezzo d’abbaiare e si era anche rassegnata a non possedere un cane tutto suo, ma non a cercare affetto. Fu in quel periodo che spostò il suo interesse verso sua sorella, ritenendosi grande abbastanza da frequentare i suoi amici, ma Giulia non era affatto d’accordo e le liti erano all’ordine del giorno.

“Adesso basta, Anna. La vuoi smettere di rompere le palle? Non hai nient’altro da fare che venire a respirare l’aria della mia camera?”, le aveva ripetuto Giulia come un mantra.

“Ma che fastidio ti do? Non so cosa fare. Qui non c’è mai niente da fare!”, le aveva risposto Anna, tentando d’impietosirla.

“Va’ a studiare, telefona a qualche amica, esci e conta le piastrelle per terra, insomma, fai quello che vuoi basta che ti levi dai piedi. Non ne posso più di averti sempre dietro le spalle come un’ombra!”

“I compiti li ho già fatti, amiche non ne ho e le piastrelle devo averle contate qualche settimana fa: me lo avevi già detto, ti stai ripetendo”.

“Mi stai facendo diventare pazza. Possibile che non lo capisci? Non ho tempo per starti dietro, fra dieci minuti arriva Maura, dobbiamo provare”.

Maura era la migliore amica di Giulia, la seconda voce del gruppo. Luca e Giorgio, i rispettivi fidanzati, suonavano la chitarra e la tastiera. Da un paio d’anni, avevano creato un piccolo complesso, The sound’s, e negli ultimi tre mesi si riunivano tutti i giorni a casa nostra per provare e proporsi a qualche casa discografica, trasformando la camera di Giulia in una sala di registrazione.

Maura scriveva i testi, lasciando ai maschi l’arrangiamento. L’ultima canzone s’intitolava “Nel buio”, o almeno questo era l’ultimo titolo, perché ogni tanto cambiava: “Dentro il buio, Accanto al buio, Oltre il buio”. Non avevano le idee chiare in merito, ma ad Anna piaceva. Ascoltandola quotidianamente, ormai il ritmo le era entrato nella mente tanto da canticchiarla in ogni momento. Anna non era certo dotata della stessa voce potente di sua sorella che somigliava ad Anastacia, ma non se la cavava così male, usando anche questa scusa per infilarsi nel gruppo, senza però ottenere alcun risultato.

Solo Luca, intenerito da tanta ostinazione, aveva proposto a Giulia, di accettare sua sorella come mascotte.

“Anche Micheal Jackson ha iniziato a cantare con i suoi fratelli”, lo aveva sentito dire Anna, origliando dietro la porta nel tentativo di convincere Giulia, ma lei era irremovibile.

“Non se ne parla neppure. Ha solo sedici anni, non sa cantare e non siamo la famiglia Jackson. Siamo un gruppo affiatato come gli Abba. Non c’è posto per una ragazzina che fino a ieri latrava come un cane!”

Luca non era dello stesso parere. Non sapeva, allora, Anna per quale motivo. Probabilmente era solo una forma di tenerezza nei suoi confronti, ma era l’unico che le chiedeva come stava, come andava a scuola o cosa avrebbe fatto nel pomeriggio, quasi come se con quelle banali domande avesse voluto conoscerla meglio. Anna aveva notato quello sguardo che s’illuminava ogni volta che incontrava il suo, e tanto le era bastato per sperare che un giorno sarebbe potuto diventare un amico, un vero amico. Non si era preoccupata allora del fatto che fosse il fidanzato di Maura, né aveva l’intenzione di rubarle il posto. Voleva solo un po’ di compagnia. Negli ultimi tre anni Anna era cresciuta in fretta e l’età che la separava da sua sorella sembrava essersi ravvicinata parecchio. Dimostrare vent’anni anziché sedici non le era sembrato essere uno svantaggio, anzi, pensò che sarebbe stato divertente indossare i panni di un’adulta ed ottenere finalmente l’attenzione che aveva sempre cercato.