Relazione mostra Vincent Van Gogh – Genova – Palazzo Ducale

Un baciolones a todos! E’ un po’ che non scribacchio sul mio blog, causa uno stato leggermente confusionale dato dall’incapacità di affrontare una serie di problematiche che mi stanno portando all’esaurimento: prima fra tutte, la ristrutturazione della mia casa che, visto che ne parlo da un paio d’anni, sta ormai diventando una leggenda! Nonostante le mie numerose paure che mi paralizzano, sono riuscita faticosamente a scribacchiare qualcosa per il Rotary.

 Non è stato facile condensare le emozioni, le informazioni e le fotografie dei quadri esposti, ma, con l’aiuto di internet e di qualche ormone preso in prestito, credo di aver svolto un lavoro soddisfacente. Spero vi sia gradita la relazione, scritta come sempre, a modo mio!

Un baciolones di una buona lettura! Pat

Rotary – Golfo di Genova  –

 

1 Febbraio 2012

 

Mostra di Vincent Van Gogh – Palazzo Ducale

 

Un incontro interessante quello che si è svolto mercoledì 1 Febbraio insieme agli amici rotariani, sfidando il gelo siberiano e trovando un insperato calore nella solarità delle tele di Van Gogh. Le basse temperature riscontrate in questi giorni non hanno impedito ai soci del club Golfo di Genova di partecipare numerosi all’importante mostra, composta da 80 capolavori della pittura europea e americana del XIX e del XX secolo provenienti dai musei di tutto il mondo.

 

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, questo il titolo del celeberrimo quadro di Gauguin, quale gemma assoluta di una mostra già di per sé straordinaria. Il museo di Boston, presso il quale è conservato, lo concede in prestito per la quarta volta soltanto nella sua storia, e solo per la seconda volta in Europa, dopo Parigi una decina di anni fa. Pertanto, abbiamo potuto fare nostra l’esperienza di questo quadro, preziosa rarità a livello mondiale. Nessun’altra opera potrebbe tra l’altro significare meglio il senso che del viaggio la mostra genovese intende dare: viaggio come esplorazione geografica, viaggio come spostamento fisico e viaggio nella propria interiorità.

“Brava! Vedi che quando vuoi sai scrivere come Dio comanda?”, esordisce il mio topo, illuminandosi come un presepe la notte di Natale.

“Ma vaaaaaa, non lo vedi che l’ho copiato da internet? Spegni pure la luce che hai in viso, che Monti ci aumenta pure la bolletta “spirituale” e mettiti comodo, visto che si parla di viaggio…”

 

Allacciatevi le cinture! SI PARTEEEEEEEEEEEEE!!!!

L’appuntamento era stato segnato per le 16.30. Naturalmente siamo in ritardo di un quarto d’ora, appena quindici minuti, una sciocchezza di novecento secondi, che volete che siano rispetto all’infinità di ore, giorni, anni che avremo ancora da vivere?

“Mica tanti se inizi già a sparare cavolate. Procedi!”, mi esorta il topo.

Ok, arriviamo all’ingresso di Palazzo Ducale alle 16.45. L’aria è davvero gelida. Sembra che qualcuno abbia lasciato una finestra aperta… quella con l’affaccio diretto sulla Siberia! Nonostante il ritardo, noto che un piccolo gruppo di amici sta chiacchierando amabilmente e non sembra minimamente preoccupato. Ansimando come avessi fatto l’ultimo tratto della maratona di New York, mi avvicino, salutando tutti, pronta a sparare la prima cosa venuta in mente come giustificazione, ma il nostro Presidente, Mario Piano, mi tranquillizza dicendo che il primo gruppo è già “in viaggio”. Meglio: non ho bisogno di inventarmi alcuna scusa, come succedeva a scuola.

Nel giro di poco arrivano altri amici, sono le 17.30. Possiamo entrare. Il primo step è un colpo al cuore, un diretto sulle gengive, un fastidioso obbligo rivolto alle sole donne, irritante come un filo di rucola fra i denti: “Prego, signore, lasciate i cappotti e le borse”.

Di fronte alla gentile richiesta, vedo materializzarsi il panico fra le amiche ed è davvero orripilante, mostruosamente tangibile. Un rapido incrocio di sguardi, tra lo sbigottito e l’incredulo,  attraversa la sala d’ingresso, rimbalzando da una signora all’altra come la palla in una partita di calcio. “Cosa ha detto?, di lasciare la borsa?, ma sta scherzando, vero?”

Chiedere a una donna di separarsi dalla propria borsa è come imporle d’estirparsi un organo vitale. Alla domanda: o la borsa o la vita, chiunque di noi darebbe la propria vita, piuttosto che lasciare ad un estraneo una cosa tanto intima come la borsa.

Provo a balbettare: “Ma… il cellulare, il portafoglio, sa, non per mancanza di fiducia ma.. i documenti…. c’è anche il mio codice fiscale e pure la data di nascita…ma questo sarebbe il meno. Ci sono le foto dei miei bambini, il primo dentino e le loro prime unghie tagliate e conservate in un pezzo di plastica… e poi la pinzetta, quella che strappa bene le sopracciglia, se la perdo divento pazza per ritrovarne una simile…”.

Lo sguardo severo della signorina mi fa capire di non essere riuscita neppure per un attimo a intaccare la sua professionalità, né a commuoverla con la storia della pinzetta. Svuoto per come posso la borsa di quanto penso mi possa servire per un’ora e, con le tasche della pelliccia colme come le guance di un criceto, cedo alla prepotenza, indignata per l’assurda richiesta.

Ma cosa pensano, che possa infilarmi nella borsa: la tela dell’autoritratto di Van Gogh?

Non c’è tempo per cercare una risposta, Valentina, la nostra guida, è già pronta e noi pure, armati di sofisticatissime cuffie che ci permettono di ascoltare le spiegazioni individualmente.

Eccoci dunque in un viaggio che non solo oltrepassa il tempo trasportandoci da un luogo all’altro, ma c’insegna a guardare dentro noi stessi. Valentina ci spiega come Van Gogh, attraverso le sue tele, sia stato in grado d’esprimerli entrambi. Trentacinque sue opere fondamentali (venticinque dipinti e dieci disegni), quasi interamente prestate dal Van Gogh Museum di Amsterdam e dal Kröller-Müller Museum di Otterlo, sono il cuore e il nucleo di questa eccezionale esposizione genovese, nel passaggio dal buio degli interni olandesi alla lucentezza quasi insopportabile del sole del Sud.

Un viaggio che inizia con la riproduzione della stanza di Van Gogh ad Arles (1888 – 1889), dalla quale l’artista esprimeva il suo desiderio di spaziare oltre le pareti, dipingendo i paesaggi di fronte a lui, entrando lentamente alla ricerca di quei colori che tanto l’avevano colpito, fino all’esaurimento mentale.

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