Capitolo 1 – L’ultimo Tuareg

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CAPITOLO 1

 

«Allora, è pronto l’articolo per la prima pagina? » sbraitò il direttore de Il Secolo XIX, il giornale più venduto in Liguria.

«Cristo, quanto ci vuole ancora! » incalzò urlando.

«Ho quasi finito! » balbettò Cristiana.

«Eccolo, è pronto, direttore!” rispose trafelata mentre faceva scivolare l’atteso pezzo di carta sulla scrivania del dott. Parodi.

Il dott. Alberto Parodi era il capo di Cristiana. Un uomo sulla sessantina, di bell’aspetto. Curato ed elegante nel suo doppiopetto grigio o blu a secondo della stagione. Era aprile ed indossava quello blu. I polsini della camicia, rigorosamente bianca, erano perfettamente inamidati e trattenuti dall’unico suo vezzo, dei gemelli in oro giallo di foggia ogni volta diversa. Ne possedeva un’intera collezione e pareva non avere nessuna intenzione di interromperla.

Essendo una cosa risaputa tra i giornalisti e gli impiegati della redazione, non passava Natale che non ne ricevesse un paio in regalo. Ormai era diventata una tradizione, peraltro comoda, soprattutto per Cristiana, poiché era lei che si occupava dell’incombenza. Da anni ormai era solita andare nello stesso negozio, situato in Via S.Vincenzo, nella strada proprio dietro la sede.

La gioielleria Gismondi era uno dei negozi più antichi di Genova e conservava, insieme alla distinguibile etichetta di professionalità e di serietà, anche il fascino della vecchia tradizione genovese.

Tre grandi vetrine, circondate da un portale di legno dipinto di nero, apparivano uniche e riconoscibili tra tutti gli altri negozi. Grazie ai prezzi competitivi, il locale era sempre talmente affollato da sembrare un banale panificio.

Cristiana non conosceva negozio di tale portata in tutta Genova, così sempre pieno di gente. La confidenza che si era creata nel tempo tra la giovane giornalista e il vecchio signor Gismondi le aveva permesso di suggerirgli di porre all’entrata una colonnina con i numeri, perché le clienti non litigassero per il proprio turno.

L’operazione “gemelli” si svolgeva molto rapidamente. Durante le feste natalizie, era premura dello stesso gioielliere procurarsi sempre nuovi modelli. Qualunque di questi avesse scelto, Cristiana avrebbe avuto la certezza di fare comunque un dono gradito.

«Oh finalmente, Cristiana! Mancava solo il tuo pezzo! Mi ero già quasi pentito di averti affidato la prima pagina! » il tono del suo capo ora era più paterno.

«Mi scusi per il ritardo, direttore, sono certa che non accadrà più » lo rassicurò.

«Lo credo bene! Ho molta fiducia in lei, penso che lo abbia capito, signorina Cristiana. Veda di non deludermi », aggiunse il dott. Parodi prima di chiudersi nel suo ufficio.

«Grazie direttore, stia tranquillo direttore, non si ripeterà direttore », rispose prontamente Cristiana con tono volutamente e scherzosamente ossequioso.

Quindi girò su se stessa, alzò gli occhi al cielo e si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano. Si avviò verso la sua scrivania, l’ultima in fondo ad una fila di dieci. Attraversò con aria soddisfatta i brusii e gli sguardi dei colleghi che fingevano di impegnare le loro mani sui tasti dei computer, ma non certo le loro sensibili orecchie.

«Senti Cris, la prossima volta che devi scrivere un articolo da prima pagina, vedi di non perdere tempo a laccarti le unghie », ironizzò Ilaria mentre Cristiana prendeva posto alla sua scrivania.

«Ah, ah, molto divertente. Non ho bisogno di farmi le unghie. Io, me le mangio le unghie e, se mi fanno arrabbiare, mi mangio anche le amiche stronze come te! » replicò Cristiana con una punta di ironia.

«Dai, scherzavo! Cosa fai in pausa? Pranziamo assieme? » la invitò Ilaria sapendo già la risposta.

«Come il solito, no? » rispose Cristiana con una sonora risata.

Ilaria era la sua migliore amica. Si erano conosciute all’Università di Genova. Avevano frequentato la stessa facoltà di lettere, condividendo la stessa passione per il giornalismo e lo stesso appartamento in affitto.

Ilaria era nata a Tricase, un borgo di poche anime adagiato sulle coste più a sud della Puglia. Un paesino delizioso bagnato da un mare limpido, ma così piccolo che sembrava potesse stare nel palmo di una mano. Ben poco poteva offrire ad Ilaria per appagare le sue ambizioni.

Appena diplomata, si era avventurata nel nord dell’Italia, lasciandosi alle spalle una famiglia rigida e all’antica, contrariata per le sue scelte.

Cristiana proveniva da Recco, una piccola località turistica affacciata sul mare, molto amata dai genovesi e rinomata per la sua inimitabile focaccia al formaggio.

Per comodità si era trasferita in città, dove aveva conosciuto Ilaria. Fu subito un incontro di reciproca, istintiva simpatia, a dispetto delle loro origini e culture.

L’appartamento dove vivevano non era grande, ma essenziale ed accogliente.

Ognuna aveva una propria stanza, sufficiente a garantire un poco d’intimità qualora fosse stata necessaria. Un bagnetto e un angolo cottura nel soggiorno completavano il locale, di più non avrebbero potuto permetterselo.

Ilaria era la tipica ragazza mediterranea, dalla folta massa di capelli bruni e dagli occhi di un azzurro indescrivibile. Quando il cielo era terso, il colore dei suoi occhi virava quasi al turchese come il mare della sua terra, ipnotizzando chiunque la guardasse. Molte volte Cristiana, mossa da invidia, le chiedeva se indossasse le lenti a contatto colorate, ma Ilaria negava sempre.

«Scusa, ma credi che ne abbia bisogno? » le rispondeva sbattendo le ciglia con fare innocente.

No, non ne aveva bisogno, ma la sua amica aveva sempre creduto in cuor suo che le mentisse.

Ilaria riscuoteva molto successo con i ragazzi. Cristiana pensava che il merito non fosse da attribuire solo al suo fisico snello o alle lunghe gambe affusolate, né ai suoi occhi dallo sguardo ammaliatore o alle sue labbra perennemente imbronciate, ma piuttosto ai modi distaccati e riservati che la rendevano irraggiungibile agli occhi dei maschi predatori.

Cris era all’opposto. Una socievole compagnona di scherzi e risate. I ragazzi cercavano in lei più un’amica che un’amante. Con questo non si poteva certo dire che non fosse appetibile, anzi più volte Ilaria le invidiava quel fisico morbido e rassicurante, rotondo quanto bastava per renderla gradevole nell’insieme. Nonostante non avesse lo stesso slancio in altezza di Ilaria, gli anni di danza classica le avevano regalato una postura e una grazia che non la faceva certo passare inosservata.

Il contrasto dei colori, Ilaria bruna con occhi chiari e Cristiana bionda con occhi scuri, i diversi caratteri, la prima altera, l’altra chiassosa, avevano creato fra loro una sorta d’alchimia, per la quale le due ragazze si erano unite come una salda stretta di mano. Il tempo cementò la loro amicizia, portandole a svolgere lo stesso lavoro con travolgente passione.

Il padre di Cristiana, Angelo Cavassa, per nulla imparentato con la rinomata gelateria sul porticciolo di Recco, conosceva bene il dott. Parodi, avendo lui stesso lavorato nell’azienda fin da quando era un giovane inviato. Non fece fatica quindi a segnalare al suo direttore l’incontenibile entusiasmo delle ragazze, favorendo il loro inserimento nello storico giornale genovese.

Grazie alla loro ambizione e alla loro determinata tenacia, le due amiche riuscirono ad ottenere posti sempre più di prestigio e per Cristiana l’agognato articolo in prima pagina.

«Cristiana, venga in ufficio! » gracchiò il citofono ad un lato della sua scrivania.

«Subito, direttore », rispose la ragazza con tono professionale.

Cris scostò la sedia facendo stridere le gambe sul pavimento, quasi volutamente per innervosire Ilaria, poi le fece l’occhiolino per rabbonirla. Aggiustò il colletto della camicia, controllando la scollatura. Lisciò la gonna con un tocco veloce della mano e si avviò, attraversando nuovamente il ticchettio dei computer e gli sguardi invidiosi dei colleghi. La frizzante personalità della ragazza non era ben vista dagli altri impiegati che la consideravano una semplice arrivista e, per di più, raccomandata.

Di fronte alla porta chiusa Cristiana ebbe un attimo d’esitazione. Si fermò per ravviarsi i capelli e per prendere un lungo respiro. Indossò un sorriso di sicurezza e bussò con decisione.

«Posso entrare direttore? »

«Venga, venga, si accomodi! » la invitò il dott. Parodi.

Ogni volta che Cristiana varcava la soglia di quell’ufficio provava una sensazione di timore e tutte le sue certezze sembravano vacillare pericolosamente.

L’ambiente austero, scrupolosamente ordinato e disciplinatamente preciso le incuteva un certo disagio. Probabilmente l’arredo era stato volutamente scelto dal direttore stesso, garantendo in questo modo la serietà e la professionalità propria e del giornale. L’unica nota di sfogo era data dalla grande finestra, entrando sulla destra. Da essa un grosso fascio di luce inondava con prepotenza la stanza.

Era una bella mattina di primavera. Attraverso i vetri s’intravedeva un grande albero di pesco, i cui rami erano imperlati di piccoli boccioli rosa che sembravano pronti ad aprirsi da un momento all’altro.

La grande libreria posta dietro alla scrivania incombeva come una muraglia di grigi manoscritti. Un lungo filare di libri, dalle copertine di pelle scura sulle quali spiccavano eleganti scritte in oro, sembrava osservare dall’alto, con un altezzoso sguardo severo, la piccola Cristiana.

La parete posta di fronte alla finestra era tappezzata da diplomi sigillati in rigide cornici monocolori, foto di laurea e premi vari ottenuti dal dott. Parodi nei lunghi anni di carriera. Sotto ad essi un elegante mobile in noce nascondeva un capiente frigo bar, simile a quelli che si trovano nei più raffinati alberghi. Al suo fianco, una comoda chaise-long di nappa verde scuro giaceva nell’attesa di accogliere il direttore nei momenti di pausa.

Sopra il lungo tavolo finemente intagliato, dal quale aleggiava un delicato profumo di cera, si ergeva una composta pila di fascicoli da esaminare, distinti da quelli già visionati. Alla parte opposta attendeva, in un disciplinato ordine maniacale, una catasta di corrispondenza ben allineata e posta in modo decrescente, dalla busta più grande a quella più piccola.

Non c’era da stupirsi che la stanza dove Cristiana si prestava ad entrare poteva renderla quantomeno nervosa. Per di più, quel giorno era decisamente importante per lei e per la sua carriera. Il direttore le aveva promesso uno spazio in prima pagina se avesse preparato un buon pezzo, forse quel momento era arrivato.

Aveva lavorato parecchio, trascorrendo diverse notti in bianco a correggere e perfezionare il suo testo. Ora, davanti al suo capo, non era così sicura d’aver svolto un buon lavoro.

Due braccia incrociate sul petto e un viso sorridente invitarono Cristiana ad abbandonare i suoi timori. La donna contraccambiò il sorriso e si sedette davanti a lui, tentando di nascondere il suo disagio e le sue paure.

«Vengo subito al dunque, cara Cristiana. Come lei sa è un po’ di tempo che la osservo e ho notato in lei dei marcati miglioramenti », osservò il direttore mantenendo lo sguardo fisso sul suo pezzo.

Cristiana ringraziò schiarendosi la voce per l’emozione. Il dott. Parodi non era mai stato generoso nell’elargire complimenti, il fatto che ne avesse rivolto uno proprio a lei, la rese ancor più nervosa di quanto già non fosse.

Nonostante fosse un uomo dai modi gentili, nel lavoro il direttore era molto severo e rigoroso, proprio come il suo studio. Tutto quello che si poteva ottenere da lui, nel migliore dei casi, era un semplice: “Bene, vada avanti così!”

Il dott. Parodi sollevò lo sguardo che s’incrociò con quello di Cristiana. Rimasero così per un istante, che pareva non finire mai. Chiunque fosse entrato in quel momento sarebbe rimasto raggelato e non avrebbe osato proferire parola. Cristiana tremava in cuor suo, ma resse lo sguardo ed invitò il direttore a proseguire.

«Sono molto soddisfatto dei suoi lavori. Gli ultimi suoi articoli hanno riscosso notevole successo da parte del pubblico e lo dimostrano le innumerevoli e-mail che ricevo quotidianamente ».

Così dicendo mostrò a Cristiana una cartellina, con il suo nome scritto sopra, gonfia di fogli ben allineati.

«Trovo originale il pezzo sui barboni e i disadattati che occupano la stazione e gli angoli della nostra città. La gente ama il suo modo di scrivere, preciso, energico e al tempo stesso commovente, senza pietismo. Con semplici parole è riuscita a dare dignità e rispetto a gente che da tutti è dimenticata e allontanata. Con abilità è stata in grado di colpire la sensibilità delle persone comuni, senza farle sentire in colpa per la loro indifferenza nei confronti di quei poveri emarginati. Mi creda, signorina Cristiana, non è cosa da tutti. In genere chi affronta questi argomenti così delicati, urta facilmente la suscettibilità dei cittadini. I nostri lettori non vogliono certo sentirsi fare delle ramanzine da noi giornalisti, ma lei, devo riconoscere, possiede un dono indiscutibile».

Il direttore staccò per un attimo lo sguardo compiaciuto da quello di Cristiana, si chinò da un lato, aprì un cassetto ed estrasse una cartella verde salvia che incuriosì la sua attenzione. La ragazza approfittò della pausa, ringraziandolo per gli apprezzamenti e sussurrò senza ottenere alcun commento: 

« Ho cercato di fare solo il mio dovere, direttore ».

Cristiana accavallò le gambe un po’ nervose, cercando in quel modo di nascondere il tremore che si stava diramando in tutto il corpo.

«Mi dica, Cristiana, da quanti anni lavora qui al Secolo?… Otto? Dieci? » chiese con un tono più dolce.

«Il 20 d’Aprile sono dodici anni », precisò Cristiana.

«Bene, bene. Ne è passato di tempo, eh? Ricordo ancora quando suo padre l’ha accompagnata da me per la prima volta con la sua amica Ilaria, giusto? »

Cristiana annuì ricordando che erano poco più che ragazzine, ma con la voglia impetuosa di apprendere e di diventare delle vere giornaliste.

Rammentava quando a volte, ancora bambina, partiva dalla piccola stazione di Recco con suo padre e lo seguiva nel lavoro in redazione. Angelo prendeva il treno tutti i giorni perché era comodo, ma allo stesso tempo economico. Non avendo alle spalle grosse ricchezze, tutto quello che risparmiava, lo metteva via per gli studi della figlia.

Vittoria, quando aspettava Cristiana che ritornava dall’università alla sera e ad ore sempre più pericolose per una ragazza così giovane, aveva insistito perché la figlia trovasse un piccolo appartamento in città, piuttosto che farla rimanere in ansia fino al suo arrivo.

«Ma ti è propri un egoista, quante volte t’ho dito che sta povera figetta deve studià e non peau perde tempo per anèe avante e endrè! » commentava la moglie servendo un bel piatto di trofie al pesto.

Angelo “mugugnava”, considerando come erano cambiati i tempi e quanto era comoda la vita dei giovani “… coi mé danè!”

Vittoria lo lasciava brontolare, sapeva che avrebbe fatto quello che lei diceva.

Quindi Cris aveva trovato un piccolo appartamento a Genova, dove trascorreva tutta la settimana. Poi, il sabato ritornava in famiglia nella loro villetta sulle alture di Recco, raccontando e discutendo sui propri articoli con il padre al sole della riviera.

Cristiana ricordava ancora il rumore delle macchine per scrivere e l’odore dell’inchiostro di giornale che si respirava negli uffici della redazione. Con il suo giovane entusiasmo, travolgeva tutti gli impiegati con raffiche di domande che sembravano non riuscire a saziare mai abbastanza la sua sete di conoscenza.

La voce del capo la riportò alla realtà.

«Ho notato subito la sua spiccata intelligenza, certamente ereditata da suo padre, al quale avevo raccomandato di farle proseguire gli studi. Se i risultati fossero stati buoni gli avevo promesso che l’avrei assunta nel mio staff ».

Il dott. Parodi s’interruppe, si alzò dalla sua ondeggiante poltrona e si avvicinò alla finestra. Spalancò le vetrate, lasciando entrare i tiepidi raggi marzolini.

Cristiana cercò di sciogliersi dal nodo di gambe intrecciate e da quello che ormai la stava soffocando in gola per l’emozione. Chiese timidamente un bicchiere d’acqua, sperando di spegnere quelle vampate di calore che le stavano esplodendo sul viso.

Il direttore intuendo l’evidente stato emotivo di Cristiana, sorrise tra sé e le versò da bere. La ragazza deglutì a fatica, a piccoli sorsi, cercando di non strozzarsi.

Il dott. Parodi riprese posto nella sua poltrona e facendosi più vicino a lei, ricominciò a parlare. Doveva dirle una cosa importante che le avrebbe fatto sicuramente piacere e aveva bisogno di tutta la sua attenzione.

«Ho deciso di offrirle una possibilità di svolta nella sua carriera, qualcosa che potrà definire la sua strada confermandomi il suo impegno come giornalista ».

Fece una pausa, come per evidenziare l’importanza del compito che avrebbe dovuto svolgere.

«…un reportage sulle donne musulmane, il burqa, la loro cultura e così via, ma non dalla sua scrivania. Voglio che lei vada direttamente in Marocco, perché possa avere una visione completa e documentata ».

Dicendo questo fece scivolare il fascicolo che teneva di fronte a sé sulla scrivania e lo fermò sotto lo sguardo ancora incredulo di Cristiana.

Riappoggiò soddisfatto le sue grandi spalle sulla poltrona. Incrociò le mani sul suo ventre assaporando, col viso illuminato da un sorriso compiaciuto, il più che evidente stupore della donna.

Cristiana allungò le mani vibranti, prese la cartella senza alzare il volto. L’aprì e diede un rapido scorcio, muovendo gli occhi freneticamente da sinistra a destra, cercando di leggere più velocemente possibile. Poi si arrestò per un istante, chiuse il fascicolo, alzò la testa e si afflosciò sulla sedia, stremata per l’emozione, guardando, con gratitudine, quell’uomo seduto di fronte a lei che non smetteva di sorriderle.

«Oddio, grazie direttore, non so cosa dirle. Erano anni che aspettavo questo momento… Sono certa di non deluderla. Quando devo partire? » chiese impaziente.

«Calma, calma Cristiana, prenda tutto il tempo che lei vuole per pensarci », tranquillizzò il direttore cercando di placare l’evidente entusiasmo.

«Dott. Parodi, non ho bisogno di pensare, le posso dare subito la risposta …sono pronta! »

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