Bella da morire – Capitolo 2

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CAPITOLO 2

Un pomeriggio piovoso, uno dei tanti che sembravano essersi radunati tutti insieme in quell’inverno particolarmente lungo e noioso, Luca si era presentato alla porta. Anna era appena uscita dalla doccia. Sua madre era con Giulia a far shopping. La casa era vuota come ogni sabato. Ancora un intero fine settimana da trascorrere per lei, svolgendo sempre le stesse cose: studiare e copiare in bella copia i compiti, un’abitudine ossessiva dei tempi delle medie dalla quale non riusciva a staccarsi. Sfogliare il quaderno e vedere la sua scrittura perfettamente alineata senza sbavature, la dava una maggiore sicurezza. Il tempo rimanente lo dedicava ad aggiornare il suo diario. Ne aveva consumati parecchi, Anna, riempiendo gran parte della libreria e il vuoto che la circondava. Conservavano i suoi pensieri più intimi, diverse poesie e le tante lacrime che non avevano mai trovato una spalla dove cadere. In quel periodo, forse contagiata dalla musica che sentiva provenire dalla camera di Giulia, aveva provato a scrivere dei testi per delle canzoni, ma non le sembravano fossero un gran che. Forse Luca sarebbe stato in grado di valutarli e magari proporli alla band, dandole l’occasione di farne ufficialmente parte. Un’aspirazione tanto ambiziosa, quanto segreta. Un altro modo per essere comunque accettata da qualcuno.

Il trillo della porta aveva continuato a suonare insistentemente. Anna non aspettava nessuno. Si stupì. Racchiusa come in un bozzolo nell’accappatoio e con un asciugamano in testa a mo’ di turbante, andò a vedere dallo spioncino. Era Luca, un amico.

“Ciao, Pepe”, così la chiamava affettuosamente, “Giulia è in camera?” le chiese, dandole un buffetto sulla guancia.

“Ciao, Luca. No, non c’è nessuno. Non te l’ha detto? Ha accompagnato la mamma in centro”.

“Accidenti, eravamo d’accordo per vederci e provare il testo”.

“Se ne sarà dimenticata, prova a chiamarla sul cellulare”.

“Lo sto già facendo. Può darsi abbia finito”.

“Non credo proprio. Mia madre deve scegliere un vestito per il matrimonio di una sua collega d’ufficio. E’ la testimone. Non penso sarà una cosa facile”.

“Ma non poteva andare da sola?”

“Come si vede che non conosci ancora le donne. Quando si tratta di shopping quelle due sono appiccicate come una vongola e non ritornano a casa finché non hanno trovato esattamente quello che si erano messe in testa”.

“Questa non ci voleva. Il cd inviato alla Disco Player è stato accettato e, grazie alle conoscenze di mio padre, sono riuscito a ottenere un’audizione. Mancano solo due giorni. Giulia sapeva che avevamo pochissimo tempo. Non possiamo perdere neppure un’ora, figuriamoci un giorno”.

Anna alzò le spalle, pensando che sua sorella fosse davvero una irresponsabile. Lei di certo non si sarebbe mai comportata così.

“Pronto, Giulia, ma dove diavolo sei?”, sentì dire da Luca. Il suo tono era alterato, stupito, allarmato.

“Sono a casa tua, dove dovresti esserci anche tu. Ti sei dimenticata che abbiamo un provino? Ho capito, ma sarà più importante la nostra audizione o il vestito di tua madre? Fra quanto vieni? Allora avverto gli altri? D’accordo, chiama Giorgio, ma non fare tardi, mi raccomando. E’ importante, può essere la nostra occasione. Ok, a dopo”. Luca chiuse la telefonata con un gesto di stizza. Non ci voleva proprio un ritardo del genere.

“Che cosa ha detto?”, chiese Anna. Era davvero curiosa di sapere cosa aveva risposto quell’incosciente di sua sorella.

“Stanno provando. Verrà per le 18.00. Scusa un attimo, chiamo Maura per dirle di venire più tardi”.

“Ok, fa’ pure, intanto vado a cambiarmi. Comincio ad avere un po’ freddo”.

“Certo, anzi scusa per questo inconveniente. Me ne vado via subito…”

“Ma no, è lo stesso. Sono già le cinque. Faccio in un attimo. Resta pure, tanto per ritornare più tardi. Ormai sei qui, puoi provare anche da solo mentre aspetti Giulia e gli altri. Sai dove mettere le mani, io starò buona buona in camera mia senza darti fastidio”.

“Nessun fastidio, anzi…”

Anna ebbe un attimo di esitazione. Una frazione di secondi che le sembrarono eterni, ma sufficienti per accorgersi che l’accappatoio si era allentato, rivelando una parte di pelle ancora umida. Si accorse che gli occhi di Luca erano scivolati verso il basso, stretti a fesssura come uno strano sorriso. Seguì quello sguardo, accorgendosi che il suo seno destro era in parte scoperto. Rossa paonazza per la vergogna, Anna scappò in camera sua senza dire una parola, stringendosi l’accappatoio fino al collo, con lo stomaco che frullava come impazzito.

Ricomparve dopo cinque minuti, il tempo d’indossare i suoi jeans preferiti e un maglione a collo alto azzurro con i capelli ancora umidi. Uscì dalla sua stanza, dirigendosi in quella di Giulia, certa di trovare Luca. Striscò lungo il muro del corridoio, poggiando appena le punte dei piedi sul pavimento con le movenze di un gatto. La porta era semiaperta. Arrivata allo stipite, si fermò, il tempo di rallentare il ritmo del cuore. Poi allungò il capo, con l’intento di dare solo una sbirciatina, senza farsi notare.

Si chiese perché mai si stesse comportando in quel modo e perché il cuore continuava a batterle così forte: era solo Luca, il fidanzato di Maura.

“Che sciocca”, disse sottovoce, convinta d’aver solo pensato quella frase.

Luca era alle sue spalle.

“Perché?”

La sua voce la fece sobbalzare per lo spavento.

“Perché, cosa?” rispose Anna, voltandosi di scatto.

“Perché dovresti essere sciocca?”.

Il tono di Luca sembrava diverso, leggermente più basso del solito. Anna rispose con una scusa, la più stupida avesse mai inventato fino allora.

“Credevo fossi andato via. Mi era sembrato di sentire un rumore nella camera di Giulia. Ho pensato ci fossero dei ladri in casa”.

“E’ per questo che stavi strisciando lungo il muro? Cosa avresti voluto fare, coglierli sul fatto ,puntare il dito a mo’ di pistola e urlare: mani in alto, altrimenti sparo?”

Luca iniziò a ridere, immaginandosi la scena. Anna non era dello stesso parere. Si era sentita stupida. Odiava essere presa in giro, e odiava essere stupida. Un coltello di rabbia s’infilò nello stomaco, ma afferrò il manico e lo tirò fuori con forza, sbottando:

“Allora mi hai visto? Avresti potuto avvertirmi, invece di farmi morire di paura!”

“E perdermi uno spettacolo del genere? Dai, vieni. Perché non andiamo a provare la canzone? Io suono e tu canti”.

Anna non poteva credere a quello che Luca le aveva appena detto. In un attimo la rabbia sparì, lasciando spazio a un sogno. Lei cantare la loro canzone? Se lo fosse venuta a sapere Giulia, l’avrebbe ammazzata. Sua sorella era gelosissima della sua camera, come dei suoi amici e non perdeva l’occasione di minacciarla ogni volta che Anna si avvicinava alla zona proibita. Il motivo era quello di sempre: la gelosia. Il perché lo fosse in modo così paranoico, non era ancora riuscita a saperlo. Prima o poi lo avrebbe scoperto.

Pensò, Anna. Riflettè a lungo prima di dare a Luca una risposta. Era spaventata al pensiero di cosa le sarebbe accaduto se sua sorella fosse venuta a sapere che non solo era entrata nella sua camera, ma che aveva addirittura cantato il loro pezzo.

L’orologio appeso alla parete segnava dieci minuti dopo le diciassette: Anna avrebbe avuto ancora un po’ di tempo prima dell’arrivo di Giulia. Perché non approfittarne?

“Ok, ma non te la prendere con me se te la rovino!”, si azzardò a dire in un fiato.

“Lascia giudicare a me. E poi, come passiamo quest’ora? Hai un’altra idea?”

Guardandolo Anna pensò di sì, ma fu ben attenta che quel pensiero non si manifestasse.

Quell’ora trascorse in fretta, tra musica, risate e qualche stonatura, pur di arrivare alle stesse tonalità di Giulia. Anna si era divertita come mai le era accaduto in passato. Anche Luca le era sembrato particolarmente coinvolto, sciogliendole ogni tensione e ansietà. Giulia era lontana e lei era con Luca. Sembrava tutto un sogno, piccolo in verità, ma era quello di cui Anna aveva bisogno in quel momento. Aveva trovato un buon amico.

Accorgendosi del rumore di una chiave nella serratura, Anna si allontanò immediatamente dalla camera di Giulia, raggiungendo la sua. Sarebbe stata colpita dalle sue urla, se sua sorella l’avesse trovata da sola con Luca e per di più nella sua camera. Controllando che tutto fosse a posto, Anna si sedette alla scrivania, aprendo un libro qualsiasi. Restò a fissare le pagine in compagnia di uno strano sorriso compiaciuto, ripetendo mentalmente la frase che Luca le aveva sussurrato un momento prima d’allontanarsi in tutta fretta: “Grazie, sono stato proprio bene con te”.

Il vociare eccitato di sua madre le era arrivato alle orecchie, distraendola da quella sensazione: “Anna, sono a casa. Vieni a vedere cosa ho comprato. Giulia ha detto che mi sta benissimo. Anna, dove sei?”

“Arrivo, mamma. Stavo studiando”, rispose Anna, mentendo.

Nello stesso tempo avvertì sua sorella che Luca era appena entrato e che lo stava aspettando in camera, sperando che lui l’avesse sentita per reggere la piccola bugia.

“Ciao, Luca, quando sei arrivato? E Maura?” gli chiese Giulia già in allarme.

“Appena un secondo prima di te”, l’aveva tranquillizzata, Luca. “Maura ci raggiungerà fra pochi minuti. Sei stata di parola”.

“Ti avevo detto di non preoccuparti”. Giulia aveva già cambiato espressione. “Allora? Iniziamo, mentre aspettiamo gli altri?”

Luca aveva coperto Anna. Anche lui conosceva bene Giulia. Più di una volta aveva assistito alle sue scenate di gelosia. Se li avesse trovati insieme nella sua camera, sarebbe scoppiata una lite furibonda. Non era il caso di scatenare un attacco isterico in quel momento. C’era l’audizione. Inutile perdere tempo prezioso.

Sollevata, Anna raggiunse la mamma in camera. Stava sistemando sul letto i suoi acquisti. La luce che aveva negli occhi, la faceva apparire come una ragazzina.

“Guarda questa”, esclamò Dalila, tenendo tra le mani una giacca a fiori arancio e fucsia, “non è un amore? Ho pensato che un po’ di colore al viso mi avrebbe ringiovanita”.

“Mamma, tu sei giovane. Hai solo quarantacinque anni, sembri mia sorella. Magari arrivare alla tua età come te!”

“Ehi, piccola… alla tua età”, rispose sua madre, facendole il verso, “non sono così vecchia!”

“E’ quello che ti sto dicendo. Posso farti una domanda, mamma?” le chiese Anna, cambiando argomento.

“Certo”.

“Perché non ti sei mai risposata?”

“Ma che domanda mi fai?”, rispose, sfilando i pantaloni di jersey neri e il golf di caschemire panna.

Anna la guardava ammirata e le sembrò di vederla per la prima volta. Era bella, sua madre. Il corpo era ancora tonico e le gambe slanciate non mostravano alcun segno di cedimento o cellulite. Sarebbe stata come lei alla sua età? Dalila aprì l’anta dell’armadio per riporre gli abiti smessi, lo specchio all’interno rivelò la figura intera. Anna le si avvicinò, mettendosi spalla a spalla. Erano alte uguali. Accostò il viso a quello di sua madre e con una mano raccolse i capelli, imitandone l’acconciatura.

“Guarda, mamma. Sembriamo due gemelle!”

“Ma dai, stupidotta! Non è un bel complimento per te”, e così dicendo le diede una pacca sul sedere, un gesto affettuoso che aveva sempre usato quando era imbarazzata.

“Sul serio, mamma, perché non ti fai un fidanzato? Non sei stanca d’essere sempre sola?” aveva insistito Anna.

“Ma non sono sola, ci siete voi, e soprattutto tu”. Lo sguardo di sua madre si era tinto di un falso entusiasmo, per nulla convincente. Non era stato facile per lei separarsi da chi aveva amato fin da ragazzina. Cacciò via il pensiero come una mosca fastidiosa e fece finta di nulla. Forse era riuscita a ingannare sua figlia.

Dopo aver indossato il tailleur, Dalila si allontanò dallo specchio di qualche passo, controllando il risultato. Sembrava una modella. La figura snella si voltava da un lato e dall’altro, alla ricerca di qualche difetto, del tutto inesistente. Anna riconobbe quei movimenti: erano gli stessi che usava quando era piccola, giocando con i vestiti della mamma.

Il suo armadio era sempre stato il suo giocattolo preferito. Si divertiva, Anna. Da sola, come sempre, affondava sogni e fantasie tra quei vestiti, vivendo ciò che ancora non le era permesso. Arrotolava in vita le gonne, scegliendo scarpe e borse da abbinare, imitando la mamma in situazioni sempre diverse: Anna in ufficio, Anna a una cena elegante, Anna con le amiche a fare shopping. Così facendo, riusciva a cancellare la solitudine che la annientava e a colorare la sua vita con la fantasia.

Era Anna o Dalila?

“Che dici? Mi sta bene?”

“Sei bellissima, farai un figurone!” esclamò Anna, trovandola semplicemente perfetta.

“Tu, piuttosto, ce l’hai un fidanzatino?” rimandò sua madre, deviando la risposta della figlia.

“Chi? Io?”

Anna non aveva amiche, figuriamoci un ragazzo. Non sapeva neppure come o dove trovare quel fantomatico ragazzo. I compagni di classe sembravano dei bambini viziati, e soprattutto stupidi. Troppo stupidi per lei. Stavano sempre a ronzare attorno a quelle che facevano le gattine in amore. Una volta uno di loro ci aveva provato anche con lei. Si era sentita molto sciocca quando si accorse d’essere caduta nella rete. Un episodio che ancora le faceva male ricordare.

Era in prima media, si era presa una bella cotta per un ragazzino che somigliava a Tom Cruise. Una faccia aperta, quella di Alessandro, una di quelle che ispirano simpatia al primo sguardo. Aveva lo stesso ciuffo che gli cadeva sempre sugli occhi e l’identico sorriso accattivante stampato in viso che aveva conquistato anche tutte le altre compagne. Erano tutte innamorate di lui, persino le loro mamme. Alessandro lo sapeva e se ne approfittava, accapparrando la loro fiducia a colpi di sorrisi educati, ottenendo in cambio appuntamenti ogni giorno con ragazze diverse.

Anna aveva il banco accanto il suo, ma era troppo timida per parlargli con la stessa disinvoltura delle altre compagne. In più si sentiva arrossire ogni volta che incontrava di sfuggita quegli occhi verde menta, proprio come quelli di suo padre. La paura che lui se ne accorgesse, la obbligava a chinare la testa sui libri, per poi osservarlo di nascosto. Un timore infondato, per la verità: Alessandro fino ad allora non l’aveva mai degnata di uno sguardo. Alcontrario di Anna, non era uno studente modello, aveva diverse lacune in molte materie e quello era l’ultimo anno delle medie, doveva recuperare il tempo perduto dietro alle ragazze prima dell’esame finale.

Verso la fine del terzo trimestre, come se si fosse improvvisamente accorto della sua presenza, Alessandro aveva iniziato a scriverle frasi carine sul suo diario e ad infilarle messaggini tra i libri, ai quale però Anna non aveva mai osato rispondere, finché un giorno la prese da parte e sfiorandole la mano, le disse:

“Senti, sei libera domani pomeriggio? Vuoi venire a studiare a casa mia? Avrai capito che mi piaci, no?”

Le emozioni che Anna provò a quella raffica di domande erano difficili da contenere: imbarazzo, timore, ansia, ma soprattutto gioia. Un ragazzino, il più bello della classe, le aveva dato un appuntamento. Il primo di quello che Anna sperava fosse di una lunga serie. Probabilmente le avrebbe chiesto di diventare la sua ragazza e avrebbe trascorso con lui ogni minuto dei suoi interminabili pomeriggi. Sarebbero cresciuti insieme, avrebbero vissuto momenti felici e le sue compagne l’avrebbero invidiata. Sì, decisamente quell’appuntamento era molto importante per Anna. Forse lavorava troppo di fantasia, ma sentiva che qualcosa stava cambiando, che finalmente non sarebbe stata più sola. Ma quando, eccitata per l’evento, si recò da lui, Anna rimase senza parole di fronte alla sua richiesta. Alessandro, con quello sguardo innocente che l’aveva fatta innamorare, le aveva presentato la sua amichetta di turno, un tipetto odioso, falsa come il colore biondo platino dei suoi capelli, chiedendole se poteva svolgere i compiti di matematica per loro, dato che era così brava. Aveva obbedito, Anna, trattenendo le lacrime insieme alla rabbia, remissiva e delusa per essere stata ingannata.

Da allora promise a se stessa che non si sarebbe più fidata di nessuno, concentrandosi solo nello studio, invece di pensare a simili sciocchezze. Lo sconforto che aveva provato, l’aveva messa in guardia, obbligandola a controllare i suoi sentimenti in ogni momento. Le bastò quella delusione per non fidarsi più di alcun ragazzo. In fondo era quello che sua madre diceva sempre: mai fidarsi degli uomini. Sono tutti uguali. Per questo Anna non credeva più alla storia del principe azzurro o ai colpi di fulmine. Eppure, avrebbe tanto voluto dire a qualcuno ti voglio bene, ma non aveva mai trovato nessuno disposto a risponderle: anch’io. Erano trascorsi una paio d’anni da quell’episodio, ma ogni volta che il pensiero disobbediva al suo controllo, una punta di dolore affilata come un coltello s’infilzava nello stomaco, provocandole nausea e lacrime di rabbia.

Quell’ora trascorsa con Luca le aveva confuso le idee. Continuavano a venirle in mente le sue parole: sono stato proprio bene con te. Non gliele aveva mai dette nessuno. Al solo ricordo, aveva sentito salire e scendere nello stomaco una specie di ascensore impazzito.

Era così sicura che fosse solo un amico?

I pensieri si dissolsero. Il tempo dei ricordi era terminato, finalmente. Nessuno aveva visto le sue stesse immagini. I ricordi come il dolore, sono solo tuoi. Sua madre era ancora lì ad attendere la risposta, ma non si accorse del tempo trascorso. Era solo una manciata di secondi. Molto accade nella mente in quella frazione di tempo.

“No, non ho nessuno, proprio come te, mamma!”

 

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